mercoledì 28 febbraio 2024

ELIF BATUMAN "L'IDIOTA" ESCE ORA CON "AUT-AUT", EINAUDI

 

A metà tra l’autobiografia e il vero e proprio romanzo di formazione, la Batuman realizza un racconto dalla trama esile – come spesso accade per la grande narrativa – ma cesellato con millimetrica precisione, mostrando una padronanza assoluta del linguaggio e una sottigliezza intellettuale in certi tratti sorprendente. Si tratta di un’orchestrazione sinfonica nella quale l’idiozia, intesa come una sorta di ultima inconsapevolezza, rappresenta l’essenza stessa dell’essere giovani. E allora la storia di Selin assume i tratti di un racconto sulla giovinezza, nel passaggio verso quell’età adulta dove tutto risulta diventare cristallizzato e quasi straniante. “Per la prima volta in vita mia non mi veniva in mente nulla che avessi particolarmente voglia di studiare o di fare. Mi restava sempre la vecchia idea di essere una scrittrice ma lì si trattava di essere, non di fare. Nessuno ti diceva cosa si doveva fare”. Moltissime sono le citazioni, la capacità di mescolare registri e situazioni legate a immaginari molto differenti tra loro, l’abilità di tenere avvinto il lettore a un racconto drammaturgicamente minimo. La Batuman guarda la giovinezza con un misto di nostalgia e in qualche modo di

umana distanza per un tempo che era allora incomprensibile ma anche gravido di possibilità. “A volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane” scriveva Calvino. E Selin questo lo sa.

 

REVIEW: DAY DI MICHAEL CUNNINGHAM, LA NAVE DI TESEO

 

Cunningham torna al romanzo con 'Day'

Il Premio Pulitzer 1999 torna alla famiglia tra amore e perdite 
Una coppia in crisi, un triangolo amoroso sui generis e una seconda vita su Instagram.
 
MICHAEL CUNNINGHAM
DAY 
LA NAVE DI TESEO
PP 320, EURO 22
 
 
Sinossi

5 aprile 2019. In un’accogliente casa in mattoni di Brooklyn, la patina di felicità domestica di Dan e Isabel comincia a incrinarsi. Marito e moglie si stanno lentamente allontanando, attratti entrambi, a quanto pare, da Robbie, il fratello minore di Isabel, l’anima ribelle della famiglia, che abita nel loro attico. La partenza di Robbie minaccia di rompere il fragile equilibrio della famiglia, mentre la piccola Violet finge di non vedere la distanza tra i genitori e il fratello Nathan sperimenta i primi passi verso l’indipendenza. 5 aprile 2020. Quando il mondo intero si chiude in lockdown, Dan e Isabel si sentono sempre più in prigione, tra piccoli inganni e frustrazioni reciproche. Anche Robbie è bloccato, in una baita di montagna in Islanda, solo con i suoi pensieri e una seconda vita segreta su Instagram. 5 aprile 2021. La tempesta è passata, Dan e Isabel devono fare i conti con quello che hanno imparato, con le ferite che hanno sofferto, con la nuova realtà che li aspetta.

Michael Cunningham – vincitore del premio Pulitzer con Le ore – torna al romanzo dopo dieci anni per raccontare una coppia attraverso tre giorni decisivi, che abbracciano una vita intera. Un romanzo sui cambiamenti imprevedibili delle nostre esistenze, sull’amore e la perdita, sulla forza inesauribile dei legami familiari.

REVIEW

Una coppia in crisi, un triangolo amoroso sui generis e una seconda vita su Instagram.

Torna a raccontare la famiglia, l'amore, la perdita, l'aspirazione verso qualcosa di irrealizzabile, lo scrittore Michael Cunningham, premio Pulitzer 1999 con 'Le Ore', diventato un film con Meryl Streep, Nicole Kidman e Julianne Moore. Lo fa in 'Day' che segna il suo ritorno al romanzo dopo oltre dieci anni, appena arrivato in libreria per La nave di Teseo nella traduzione di Carlo Prosperi, in cui ritroviamo la struttura a trittico sviluppata in 320 pagine. 

    È lo stesso giorno, il 5 aprile di tre anni diversi, il 2019, 2020 e 2021, a scandire il passare del tempo in un viaggio attraversato anche dalla pandemia, che rende sempre più prigionieri i protagonisti, ma non è mai esplicitamente nominata. 

    Isabel, editor fotografica, sempre alla ricerca di un cambiamento e il marito Dan, un ex rocker che tenta il ritorno sulla scena, si stanno lentamente allontanando. Il 5 aprile 2019 li troviamo in un'accogliente casa in mattoni di Brooklyn con i loro figli Nathan e Violet, piuttosto distanti dai genitori. Nel loro attico abita Robbie, fratello di Isabel che fa l'insegnante alla scuola media, verso il quale entrambi provano una grande attrazione. Il suo spirito ribelle e fuori dagli schemi è una sorta di collante per la coppia. Ma Isabel e Dan sono costretti a sfrattare Robbie perché i loro figli stanno crescendo e non possono più condividere la stessa stanza. La partenza di Robbie sarà un ulteriore duro colpo per loro ed è a questo punto che faranno il loro ingresso i sogni ad occhi aperti di Isabel sempre alle prese con la sua insoddisfazione. 

    Il 5 aprile 2020 i fantasmi e le frustrazioni dei protagonisti si fanno sempre più duri da gestire sotto l'ombra del lockdown. Isabel soffre di insonnia e la troviamo sempre sulle scale dove si rifugia per anni e anni. "Potrebbe essere la protagonista di un film europeo: la Donna sulle Scale" dice Cunningham che è nato e cresciuto in California, ma vive a New York. Robbie è invece bloccato in una baita di montagna in Islanda e ha creato un alter ego su Instagram Wolfe. Lo "stiamo inventando strada facendo. Non è una persona. A malapena è un'idea di persona" dice di questa figura che viaggia tra le nuvole. Ma ci sono anche l'inchiostro e la scrittura a mano. 

    Cunningham ci regala una bellissima riflessione su quanto sia importante avere un oggetto che sembra banale, una penna. "È buffo quando qualcosa di trascurabile come una penna si rivela essere un oggetto prezioso. Se non avessi comprato questa penna in aeroporto, mi sarebbe completamente impossibile scrivere niente di niente, dato che mi trovo a una cinquantina di chilometri dal posto più vicino che potrebbe vendere penne" scrive Robbie a Isabel. 

    Il 5 aprile 2021 è il momento in cui fare i conti con le proprie ferite, con il dolore di una grande perdita, con una nuova realtà e con la forza di ricominciare raccontata con dolcezza e spietatezza da Cunningham. "Prova a essere uno che si rifiuta di mollare, anche davanti all'evidenza" e "Prova a essere felice, a ripeterti che sei felice". 

martedì 27 febbraio 2024

IL FUTURO DEL PIANETA 2024.

IL FUTURO DEL PIANETA 2024.
Fatico a capire come, in un mondo di nuovo molto instabile, tra conflitti, dittatori aggressivi e un'America che è comunque tendenzialmente in ritirata, l'Europa non sia seriamente al lavoro per rafforzare il suo dispositivo militare, crare un deterrente credibile. Almeno i principali Paesi, Francia, Germania, Italia e la stessa Gran Bretagna, anche se è fuori dall'Ue, dovrebbero avere una politica industriale militare condivisa, convergere su progetti comuni, produrre navi, aerei, missili con caratteristiche simili, potenzialmente intercambiabili tra le varie forze. E, poi, si dovrebbe investire di più nella difesa. Mi pare che in Europa ci sia una mancanza di immaginazione politica, un'indecisione di fondo. Bisogna avere il coraggio di dire ai propri popoli: non sappiamo che cosa ci riserva il futuro, ma viviamo in un mondo pericoloso ed è prudente investire di più anche per difenderci. A chi appartiene il futuro del pianeta? Colpisce la previsione di un'India che affianca Usa e Cina come grande potenza planetaria. Ha ormai una popolazione superiore a quella della Cina e più giovane, è vero, ma è anche un Paese con enormi sacche di povertà e livelli d'inquinamento tremendi. Inoltre, dare per scontato un ritiro degli Usa dal mondo. Si teme un lungo periodo di caos sistematico e si reputa una nuova ondata di conflitti sociali. Gli europei lo temeno in caso di vittoria di Trump alle presidenziali di novembre 2024. Ma per ora Biden rafforza la Nato, pur con l'ostacolo di un Congresso diviso e radicalizzato. E noi?

sabato 24 febbraio 2024

REVIEW: ''MAX E FLORA'' DI ISAAC BASHEVIS SINGER, ADELPHI.

Torna il grande Singer con una gangster novel

Varsavia anni dieci, avventure di un personaggio meraviglioso 

Isaac Bashevis Singer

Max e Flora

Traduzione di Elisabetta Zevi

Biblioteca Adelphi, 747
2023, pp. 226, € 19,00  
 
 
 
Il libro
 
A Max basta vederla, quella Rashka appena quindicenne, per rimanerne abbagliato. E dire che finora tutto filava liscio: lui e la sua bella Flora, moglie e amica, complice e amante, sono tornati a Varsavia per procurarsi della «merce» per la loro fabbrica di borsette – in realtà, carne fresca per il florido bordello che gestiscono a Buenos Aires. Appena arrivati, si sono immersi, come un tempo, nel mondo di via Krochmalna, cuore pulsante del ghetto di Varsavia, sorta di corte dei miracoli, dove, all’inizio del Novecento, aleggia ancora un buon «odore di birra, mostarda, bagel caldi e pretzel» e trafficano i loro vecchi amici, gente come Meir Panna Acida, Leah Lingualunga, Itche il Guercio e Srulke il Tonto. Ma, come recita un antico detto yiddish, «dieci nemici non possono fare a un uomo il male che può fare a se stesso». E così sarà di Max Shpindler, un’altra delle indimenticabili figure della vasta commedia umana che Singer ha saputo mettere in scena: cinico e donnaiolo, in apparenza pienamente soddisfatto di sé e della propria ricchezza, pronto a finanziare un gruppo di anarchici se questo gli consente di far soldi, Max è in realtà tormentato da dubbi, e da domande a cui non trova risposta, e da tentazioni di morte – un tumulto che proprio l’incontro con l’irresistibile Rashka porterà con prepotenza alla luce. Dopo Keyla la Rossa e Il ciarlatano, un terzo, strepitoso inedito del grande scrittore polacco. 

I romanzi inediti, comparsi solo in una rivista yiddish newyorkese negli anni '70, che Adelphi sta recuperando e propone grazie all'impegno e le ottime traduzioni di Elisabetta Zevi, riservano vere sorprese e, dopo un piccolo capolavoro come ''Keyla la rossa'' uscito in Italia nel 2017, ecco quest'altra gangster novel, così etichettata come romanzo di genere, che ne travalica tutti i confini e propone un personaggio come Max Shpindler, tra i più avvincenti, veri, umani che questo autore abbia creato.


    La vicenda si svolge nella Varsavia degli anni dieci del Novecento, dove Max torna dopo tanti anni con sua moglie Flora, una ex attrice di poco talento con cui ha fatto fortuna a Buenos Aires, creando una florida fabbrica di borsette, ma anche partecipando a un non meno fruttuoso bordello gestito da Berta, per il quale in Polonia cerca ragazze fresche. 
 
Risiede nell'elegante Hotel Bristol, dove si rispettano i soldi anche se gli ebrei non sono visti di buon occhio, specie quelli un po' pacchiani e che parlano principalmente yiddish e il polacco lo pronunciano male come lui. Del resto la scelta dell'albergo è solo una sorta di piccola rivincita per uno come Max, nato tra le vie povere e malfamate della città, con al centro quella Via Krochmalna dove sin dal mattino ''c'era odore di birra, mostarda, bagel caldi e pretzel'' e vi vivono e si incontrano ladri e ogni genere di malfattori, puttane e rabbini, e così l'amico fraterno di una vita di Max, Meir detto Panna Acida, che è un po' il rispettato boss del luogo e sua moglie Leah Lingualunga. 

    Il problema, come recita un detto yiddish ricordato da molti, è che ''dieci nemici non possono fare a un uomo il male che lui può fare a se stesso''. E di questo Max si rivela un esempio fulgido, mascalzone ma debole, che senza Flora poco avrebbe ottenuto e che, appena Meir gli presenta Rashka, dice di capire ''all'istante che di quella ragazza si sarebbe innamorato... e avrebbe avuto un ruolo importante nella sua vita'', specie dopo che la convince a seguirlo, avendo saputo che la sua amata Flora, in realtà prima di conoscerlo lavorava in un bordello e pian piano poi venire a conoscenza che anche a Buenos Aires tutti lo sapevano e la ricattavano ottenendone le grazie. 

    Figura tutt'altro che limpida lui stesso, da maschio però non accetta tutto questo e da lì inziano tutti i suoi guai, anche perché Rashka ha 15 anni e lui, quarantenne che l'ha sedotta, rischia la galera. Ha poi iniziato a finanziare un gruppo di anarchici che preparano una rapina a una banca e gli promettono una parte, ma che sospetta, essendosi in seguito tirato indietro, Srulke il Tonto lo voglia poi denunciare alla polizia. Vivrà quindi in fuga, di sotterfugi e nascondendosi persino a Meir che non approva assolutamente la sua condotta e aver abbandonato la moglie senza nulla, e senza nemmeno avvisarla. 
 
Il mondo esteriore e interiore di Max sembra esplodere e comincia a vivere in fuga tra illusioni e speranze, tra terribili sensi di colpa e voglie insane, tra giuramenti di fedeltà e ripensamenti continui, sentendosi raggirato e col desiderio di sparare ora a Flora ora ad altri, come l'attore suo amante di un tempo e che l'ha riaccolta Feivele Shekhter, o pronto a suicidarsi con la pistola carica che porta sempre in tasca, istigato e frenato assieme da ricordi di precetti della Torah, eredità di suo padre pio inserviente di sinagoga, e una sorta di sua filosofia esistenziale, ma che vede ora tutto deciso da forze superiori, ora sentendosi vittima di demoni che giocano con lui ''alla roulette russa'', col sapere che essere caduto così in basso ''gli procurava una sorta di soddisfazione mentale'', nonostante la coscienza che Dio ''ha un libro in cui ciascuno scrive di proprio pungno i propri peccati''. 

    La vita di Max diventa un turbillon avvincente, un continuo sentirsi annegare e cercar di riemergere e risolvere ogni cosa, nella grande città che gli suscita infinita nostalgia e assieme lo fa sentire oramai estraneo, perché sente che non avrebbe mai dovuto andarsene abbandonando il mondo protettivo di Via Krochmalna, come si sente in fondo estraneo a Buenos Aires. 

    Così, il gioco meraviglioso di Singer e proprio far sì che questo accidentatissimo, romanzesco percorso di Max, narrato con ritmo incalzante e una decisa vena ironica tra tanti affanni, lo porti a recuperare a sorpresa, seppur dolorosamente, le proprie radici.

REVIEW: GIORNO DI VACANZA DI INES CAGNATI, ADELPHI

 

Un cupo giorno di vacanza di Ines Cagnati

La lotta per sopravvivere della giovane Galla in un mondo nero 
 

Inès Cagnati

Giorno di vacanza

Adelphi

Traduzione di Lorenza Di Lella, Francesca Scala

Fabula, 389 - 2023, pp. 151, € 18,00  

TRADUZIONE LORENZO DI LELLA E FRANCESCO SCALA

Il libro

Non si può crescere in un paese di paludi, di piogge, di nebbie, di terre livide dove tutto muore, senza rimanerne segnati per sempre: di più, senza assomigliare a quel paesaggio inamabile. Né vivere in una casa fatiscente, sperduta fra boschi, malerbe e acque solitarie, dove anche l’amore è intollerabile violenza, senza desiderare che il mondo intero esploda «in una girandola di sangue». Nera come una zingara, taciturna come uno strano fiore selvatico, traboccante di rancore e di disprezzo per se stessa, Galla vorrebbe solo andarsene via, lontano dai troppi lutti, dal peso delle innumerevoli sorelle, da un padre abbrutito dal lavoro, dalla madre che ama troppo per sopportarne la dolente presenza. Ma l’unica possibilità di fuga, oltre ai sogni, è la vecchia e fragile bicicletta dal lamento di salamandra morente, e l’unica meta la scuola dov’è interna, a trentacinque chilometri, in città. Un tragitto che separa due vite e due mondi inconciliabili – la pietraia che non dà frutti e le terre miracolate dalla fertilità –, e che un sabato Galla decide di percorrere per rivedere la madre: sarà un giorno di vacanza sinistro e fatale, dove tutto precipiterà, rivelandole il senso di ogni cosa. Perché il malevolo, straziante paese da cui proveniamo – sembra dirci Inès Cagnati con la sua prosa di insolente intensità – è la carne stessa di cui siamo fatti, e possiamo, se non sbarazzarcene, almeno intravedere nel ricordo le meraviglie di cui era fiorito.

Madri terribili quelle raccontate da Ines Cagnati, madri che amano male, che non sopportano la realtà di una figlia come essere indipendente e assieme sono possessive per paura e sensi di colpa, così quella di Marie in 'Génie la matta' e così questa di Galla in 'Giorno di vacanza', che piange e la ricatta dicendole di non lasciarla sola quando lei se ne va con la sua malandata bicicletta in città, a 35 chilometri di distanza, dove studia da interna in una scuola, tornando ogni due settimane. 

    Capita così che andandosene un giorno, a lei che sa come nessuno la volesse quando è nata e che avrebbe preferito non nascere, scappa di urlarle "Vorrei che non fossi mia madre". Parole che poi la perseguitano e la spingono a scappare dal suo istituto per tornare a dire che non pensava quel che le ha detto. 

    È il giorno di vacanza del titolo, ma quel termine vacanza è oggi sviante e credo sarebbe stato meglio tradurre l'originale congé con congedo, un congedo dalla vita che in quel sabato cupo e ferale sarà tutta da recuperare, ritrovare per poter andare avanti e appunto sopravvivere. Sarà la sua bicicletta, il suo "bene più prezioso" che avanza "lamentandosi come una salamandra" e ha la fortuna di avere le gomme piene che la salvano dal fermarsi di continuo, scivolando alla fine nel fiume, inghiottita dalle acque, a dare il segnale del suo distacco dalle origini senza più il mezzo per tornare a casa. 

    Lettura credo più corretta di quella che offre una possibile ambiguità, segnando invece il naufragio della stessa protagonista. Il fatto è che Galla in quel suo mondo scuro tutto sassi, gelo e fango, dove solo per disperazione il padre tenta di coltivare qualcosa, rappresenta comunque l'unico vero attaccamento alla vita con la speranza che possa essere diversa, così come esistono posti in cui la terra è invece buona e fertile, una compagna di scuola come Fanny che "è come un luminoso sole di primavera" o animali come il suo amato cane Daisy che lei sì sa essere "una buona madre". 

    Una buona madre anche per Galla stessa che la accoglie nella sua cuccia e la riscalda quella notte in cui, arrivata a sorpresa a casa, il padre non la fa nemmeno entrare, anzi la minaccia e scaccia richiudendosi dentro, da dove nessun altro si fa vivo e quel che è accaduto alla madre con quell'uomo violento e col bastone sempre pronto in mano non viene detto esplicitamente e la ragazza sembra non riesca nemmeno a pensarlo, ma il lettore lo intuisce subito. E con questa ombra sinistra che procede quella giornata di ricordi e fatale resa dei conti. 

    Un ambiente e personaggi primordiali, di amori disperati e rabbiosi. Una storia estrema e cupa, segnata dalla morte e dalla palude che tutto inghiotte, dai sassi su cui nulla cresce e dal ghiaccio che attanaglia ogni cosa, raccontata con anche troppa insistenza e sottolineature quasi ripetitive a rimarcare una situazione che si può dire infernale e nera in cui l'unico lumicino è forse appunto la vita di Galla, che pure, sempre angociata e con la paura di essere ingiusta, di sé dice "somiglio alle pozze della palude: è terribile essere come me". 

    Un gioco rabbioso e senza retorica ma che alla fine appare un po' quasi manieristico, nonostante una bella aspra scrittura in questa opera prima datata 1973 della Cagnati, figlia di contadini veneti emigrati in Francia, scomparsa nel 2007 a 70 anni, che troverà invece una propria misura e soluzioni narrative più articolate e dolenti in 'Génie la matta'. 

venerdì 23 febbraio 2024

REVIEW: L'ISOLA DI ARTURO DI ELSA MORANTE, EINAUDI 2024 ET SCRITTORI

Insegui Arturo, troverai la vera famiglia. Arturo è una stella. Arturo è un cavaliere. Ma soprattutto, Arturo è un'isola, lo spazio estremo in cui la storia e la fiaba si sfidano in uno scontro feroce e ultimativo. La Procida di Elsa Morante, L'isola di Arturo, Einaudi, ha gli occhi mori di Arturo Geraci è madre, matrigna, amante, scoglio dove la vita arriva puntuale con il piroscafo delle tre, oppure a ondate, impetuose e fatali com un bacio troppo lungo aspettato.

Elsa Morante
L’isola di Arturo
Einaudi
2014 ET Scrittori
pp. XVIII - 398 - € 13,00
Introduzione a cura di
«Una piccola, criptica Achilleide resuscitata».

Cesare Garboli
 
Il libro 

Arturo, il guerresco ragazzo dal nome di una stella, vive in un’isola tra spiagge e scogliere, pago di sogni fantastici. Non si cura di vestiti né di cibi. È stato allevato con latte di capra. La vita per lui è promessa solo di imprese e di libertà assoluta. E ora ricorda. Queste sono le sue memorie, dall’idillio solitario alla scoperta della vita: l’amore, l’amicizia, il dolore, la disperazione. Secondo romanzo della Morante dopo Menzogna e sortilegio (1948), L’isola di Arturo confermò tutte le qualità della scrittrice romana: l’impasto di elementi realistici e fiabeschi, la forte suggestione del linguaggio. Arturo, come Elisa in Menzogna e sortilegio, “si porta addosso la croce di far parte non di un oggi ma di un sempre”.

 

ARTICOLO PER GIORNALE O RIVISTA N.2 DEL 23/02/2024 - LA SOCIETA' DELLE PAURE

Meteo e vaccini, carni rosse e romanzi: siamo diventati talmente ansiosi che vediamo pericoli da ogni parte. Di più: il timore di offendere impone censure. E' la conseguenza del benessere. Quando l'uomo ha smesso di credere in Dio, ha iniziato a credere a tutto.

Siamo diventati paurosi, sempre all'erta, inquieti. Vediamo pericoli da tutte le parti. Noi tutti siamo ormai così. Troviamo minaccioso il cibo che ingurgitiamo (la tracciabilità!). L'aria che respiriamo. Le parole che adoperiamo. I libri che leggiamo. I film che vediamo. Tutto ci fa paura: sulla Terra, nelle città, dentro di noi. Non è che siamo diventati codardi e meschini, ma siamo diventati iper-ansiosi, che è diverso. Culturalmente ansiosi. Immersi in una società ansiosa. Dominati dalla paura.

La credulità è l'altra faccia della paura. Spesso è innocua. Talvolta diventa deleteria. Se si legge quel meraviglioso romanzo che è Nemesi di Philip Roth, possiamo capire cosa sia stato il flagello della polio, e quanta sofferenza atroce è stata risparmiata a tanti bambini grazie all'uso dei vaccini. La paura alimenta una cappa iperprotettiva della soffrerenza, dalla paura della frustazione  si stende su comportamenti, modi di dire, abitudini verbali che prima sembravano innocui e oggi vanno sradicati.

La paura di offendere e turbare chicchessia impone la sterilizzazione dell'eufemismo, l'apoteosi del lessico ipocrita e castigato. In alcuni atenei americani si è introdotto l'uso di un ideale bollino rosso con cui marchiare i classici della letteratura e segnalare il pericolo che qualcuno possa uscire offeso dalla lettura di una tragedia greca o di una commedia di Shakespeare. Inoltre, gli studenti hanno imposto al collegio dei docenti l'obbligo di mettere in guardia gli allievi e le allieve dai libri che, a cominciare dall'Iliade, contengono scene di sangue, abusi sessuali o violenza misogina per non urtare la sensibilità di chi ha manifestato sintomi da stress post traumatico in seguito a prepotenze, soprattutto di segno sessista ma non solo, subite in passato.

In pratica viene potenzialmente messa sul banco degli imputati l'intera letteratura, carica di stupri, violenza, assassini, parricidi, matricidi, conflitti cruenti per il potere e il denaro: altro che bollino rosso per il Raskolnikov che uccide un'usuraria in Delitto e castigo di Dostoevskij.

E' diventata anche una pratica corrente depurare i testi dei libri per l'infanzia, censurandone le scene che potrebbero ferire la sensibilità dei bambini. Non fa nemmeno scandalo che persino in un classico della letteratura americana come Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain siano stati cancellati tutti i passi che potrebbero essere letti come un incitamento sia pur sublimale all'odio razziale. Twain razzista inconsapevole? L'ideologia della paura ha decretato di sì.

La paura suggerisce agli scrittori e agli intellettuali del Mondo Occidentale un atteggiamento prudente e remissivo, un rifiuto quasi risentito verso tutte le manifestazioni della libertà d'espressione che contengano il pericolo dell'offesa, categoria onnicomprensiva che, se applicata alla lettera, dovrebbe annientare chissà quante opere dell'arte e della letteratura.

Un questionario tra gli scrittori italiani ci ha fatto scoprire che nel mondo di chi scrive, e che dunque dovrebbe per mestiere e vocazione tenere almeno un poco la libertà d'espressione, quest'ultima gode oramai di una bassissima reputazione, tanto da invocarne coralmente la castrazione rituale in un reticolo così soffocante di regole, norme, precauzioni, limitazioni da renderla totalmente inoffensiva. Letteralmente: così nessuno può offendersi.

Così come nella società del benessere e dell'abbondanza l'oblio della fame genera paure incontrollabili sul cibo, alimentando nevrosi alimentari e terrori indiscriminati, anche nel campo delle libertà il progressivo sbiadirsi del ricordo delle dittature rende più tenue il legame emotivo con conquiste in forse la tranquillità, la sicurezza, lo spirito gregario e conformistico. La paura dell'originalità induce atteggiamenti più concilianti, atteggiamenti rinunciatari, lo smussamento degli angoli troppo acuminati.

l'allarmismo indiscriminato fa deperire lo spirito d'avventura, il brivido del rischio. Alla ricerca di emozioni forti. Joshua Mitchell sostiene che, nella spossatezza dell'Occidente, la libertà costituisce un peso troppo grande da sopportare, e la sofferenza stessa appare contro la vita e bisogna sradicarla.


ARTICOLO PER GIORNALE O RIVISTA - LA TIRANNIA DEI CYBORG INGORDI DI ENERGIA.

 LA TIRANNIA DEI CYBORG INGORDI DI ENERGIA.

L'IA per ora sembra essere al nostro servizio. E siamo convinti di poterla controllare. Ma quali saranno i nostri rapporti con i cyborg. superintelligenti di Lovelock se entreremo in una fase di cmpetizione energetica? Saremo i loro servi o i loro padroni? Oppure, alcuni di noi si fonderanno con loro, diventando un'unica creatura? E che ne sarà dei miliardi di umani che, vivendo all'insegna delle diseguaglianze, non riusciranno (o non vorranno) vivere in simbiosi con l'intelligenza artificiale? Ma soprattutto, riusciremo noi umani a preservare la vita, sulla Terra per mantenere le funzioni vitali di Gaia? Oppure dovremo sperare che siano i futuri cyborg - proprio in quanti superintelligenti a prendersene cura, nel loro stesso interesse?

giovedì 22 febbraio 2024

REVIEW: SPIETATO RESOCONTO DI UN DESIDERIO.

 

 SPIETATO RESOCONTO DI UN DESIDERIO.

Il romanzo "Cose che non si raccontano" di Antonella Lattanzi, Einaudi, 2023 Supercoralli, pp. 216 - € 19,00

 

Siamo gettati nel mondo all'improvviso, inconsapevoli e smarriti, eppure è la felicità che ciascuno di noi agogna più di ogni altra cosa, fin dai primi anni di vita. Gli accadimenti dell'esistenza a volte, però, ci spingono altrove, in luoghi della mente difficili da controllare, dove il desiderio sembra prendere il sopravvento su tutto il resto, trasformando la nostra quotidianità in una battaglia con gli abissi profondi dell'animo umano. E il dialogo con la pazzia sembra essere una costante nella scrittura di Antonella Lattanzi.

DONNE INVINCIBILI. LE RICETTE DELLA NONNA

 

DONNE INVINCIBILI.

LE RICETTE DELLA NONNA.

Essere donna non basta.

REVIEW: BLAKEMORE, LE STREGHE DI MANNINGTREE DI A.K.BLAKEMORE, FAZI EDITORE

 

Blakemore, siamo tutte connesse con la caccia alle streghe

La poetessa scrittrice in Italia con il suo romanzo d'esordio 

A.K. Blakemore

Le streghe di Manningtree

BLAKEMORE, LE STREGHE DI MANNINGTREE 

FAZI EDITORE

PP 334, EURO 18,50

Titolo originale: The Manningtree Witches
Collana: Le strade
Numero collana: 555
Data pubblicazione: 17-10-2023 
 
Il libro 
 

Traduzione di Velia Februari

Inghilterra, 1643. Il Parlamento combatte contro il re, la guerra civile infuria, il fervore puritano attanaglia il Paese e il terrore della dannazione brucia dietro ogni ombra. A Manningtree, una cittadina della contea dell’Essex privata dei suoi uomini fin dall’inizio della guerra, le donne sono abbandonate a se stesse; soprattutto alcune di loro, che vivono ai margini della comunità: le anziane, le povere, le non sposate, quelle dalla lingua affilata. In una casupola sulle colline abita la giovane Rebecca West, figlia della vedova Beldam West, «donnaccia, compagna di bevute, madre»; tra un espediente e l’altro Rebecca trascina faticosamente i suoi giorni, oscurati dallo spettro incombente della miseria e ravvivati soltanto dall’infatuazione per lo scrivano John Edes. Finché, a scombussolare una quotidianità scandita da malelingue e battibecchi, in città non arriva un uomo: Matthew Hopkins, il nuovo locandiere, che si mostra fin dal principio molto curioso. Il suo sguardo indagatore si concentra sulle donne più umili e disgraziate, alle quali comincia a porre strane domande. E quando un bambino viene colto da una misteriosa febbre e inizia a farneticare di congreghe e patti, le domande assumono un tono sempre più incalzante…
Le streghe di Manningtree è la storia di una piccola comunità lacerata dalla lenta esplosione del sospetto, in cui il potere degli uomini è sempre più illimitato e la sicurezza delle donne sempre più minata. Il primo romanzo di A.K. Blakemore, premiato in patria come miglior esordio dell’anno, sostenuto da una scrittura magistrale e pervaso di atmosfere vivide, è un libro emozionante e viscerale che ha rivelato un nuovo, straordinario talento.

«Non è solo il miglior romanzo d’esordio che io abbia letto da anni, è il miglior romanzo storico che io abbia letto dai tempi di Wolf Hall».
Sandra Newman

«Ho adorato questo esordio: affascinante, avvincente, sconvolgente. Blakemore cattura in maniera indimenticabile la vergogna della povertà e dell’abbandono sociale e l’intrigante minaccia costituita dalle donne lasciate sole, ma unite, in un romanzo che trasporta il lettore nel mondo di coloro che la Storia ha cercato di rendere muti».
Megan Nolan

«Un esordio eccezionale. Riconosciamo queste donne – i loro desideri, le loro paure e la loro rabbia – perché, sembra suggerire il romanzo, non c’è molto che ci separi da loro, dopotutto».
«The Observer»

«Una lingua di una bellezza irresistibile. Le streghe di Manningtree si avventura in luoghi oscuri, ma lo fa portandosi dietro un pugnale ingioiellato. Un libro che appartiene ai perseguitati. In queste pagine, in tutto il loro ordinario splendore, quelle donne possono finalmente vivere».
«The Guardian»

   Donne perseguitate, condannate a morte, tenute ai margini della società, costrette a combattere contro la miseria e l'abbandono, accusate di stregoneria, ma unite. Tra realtà e finzione, la scrittrice londinese A.K. Blakemore ci porta nel 1643 a Manningtree, cittadina della contea del Sussex, in Inghilterra, dove la caccia alle streghe, durante la guerra civile inglese, colpisce Rebecca West e sua madre e come loro tante altre donne denunciate, imprigionate, impiccate. Lo fa nel suo primo romanzo 'Le streghe di Manningtree', pubblicato ora in Italia da Fazi Editore, nella traduzione di Velia Februari e con il quale la poetessa e scrittrice è stata protagonista all'ultima edizione di Più Libri più Liberi a Roma.

    "Mi ha sempre appassionato molto la storia delle streghe, della stregoneria. Il romanzo è basato su fatti reali accaduti a Manningtree, dove vive mio padre e ho voluto approfondire questa storia spesso resa surreale e con eccessive esagerazioni" racconta  la scrittrice-poetessa. 


    Quali sono gli elementi di fiction? "Trattando i fatti di quel periodo, dovevo accettare che non ci poteva essere una vera obiettività. C'è sempre un mix di reale e fantastico. Il generale dei cacciatori di streghe Matthew Hopkins e il suo socio John Stearne, che operarono nell'Anglia orientale e nelle contee nell'orbita di Londra dal 1644 al 1646, contribuirono alla condanna a morte per stregoneria di un numero di donne che oscilla tra le cento e le trecento. Le streghe di Manningtree è la mia versione su ciò che è accaduto. Mi ha sempre attratta il lato più oscuro delle cose, le nostre paure, i film dell'orrore, le serie tv sui vampiri. Mi è sempre piaciuto immaginare storie di paura e mostri, anche per spaventare me stessa. Ci sono aspetti da brividi e divertimento". 


    A Manningtree la giovane Rebecca vive in una casupola sulle colline, si trascina in un'atmosfera cupa con lo spettro della miseria che incombe, ma il suo cuore gioisce quando pensa allo scrivano John Edes. Tutto cambia quado in città arriva l'inquisitore Hopkins che fa strane domande alle donne più umili e disgraziate. Paure e sospetti cominciano a insinuarsi per le strade della cittadina quando un bambino si ammala e farnetica di congreghe e patti. Arriveranno il processo, le impiccagioni. 


    "Sono femminista, mia madre è femminista. Essere così fa parte di quello che sono e della mia idea politica. In questo romanzo ho cercato di raccontare come la stregoneria e la caccia alle streghe siano basate sulla misoginia e sulla violenza di genere, ma non bisogna guardare al passato, perché il contesto in cui è accaduta la caccia alle streghe è unico e diverso da oggi. Si può vedere una certa continuità, è una tematica ancora attuale, ma ci sono tante differenze" sottolinea Blakemore che ha 32 anni. "Non vorrei che questo libro fosse letto come un'allegoria del mondo di oggi. Spero possa aprire gli occhi sulle paure, su nostri aspetti poco indagati. È la storia delle donne, perché tutte siamo connesse con la caccia delle streghe e tutte in qualche modo siamo legate a questo nel nostro albero genealogico". 


    Vincitrice con questo romanzo del Desmond Elliott Prize per il miglior esordio del Regno Unito, A.K. Blakemore, nome d'arte di Amy Katrina Blakemore, è autrice anche di un secondo romanzo, 'The Glutton', uscito negli Stati Uniti e in Inghilterra a settembre, che "si basa su un personaggio realmente esistito durante la rivoluzione francese: Tarare, un soldato che era famoso per il suo enorme appetito, si mangiava qualsiasi cosa, vetro, conchiglie, un libro molto divertente". 


    Film o serie in arrivo? "C'è stata qualche proposta per tutti e due i libri, ma non ne posso parlare" dice Blakemore che si divide tra la scrittura e il lavoro in ufficio. "Faccio ancora l'impiegata. La vita a Londra è molto cara. Ho scelto di firmarmi A.K. perché quando ho iniziato a scrivere non volevo che le persone al lavoro mi potessero trovare online e anche per mantenere separate le due identità. A.K. è colei che scrive e Amy Katrina è quella con cui si può uscire" dice mentre si tira su le maniche della camicetta e si vedono i tatuaggi che ha sulle braccia. Un terzo libro? "Quando si fa una cosa autentica come scrivere a volte è importante fermarsi. Ho comunque alcune idee e inizierò a breve. Due libri pubblicati a 32 anni è comunque un buon punto", afferma soddisfatta.

 

sabato 17 febbraio 2024

LUCY DAVANTI AL MARE DI ELIZABETH STROUT, EINAUDI.

In Lucy davanti al mare di Elizabeth Strout, appena uscito per Einaudi, l'autrice il sismografo emotivo di quei giorni del Covid in modo eccellente. Ciò che non smette di colpirmi di questa scrittrice è l'abilità di convocare i suoi personaggi, sempre pronti a rivivere, a mettersi in gioco sull'ultima pagina per dare conto dei loro limiti, delle loro relazioni radicate e insieme precarie. Ognuno ricompare per dirci nel frattempo dove è stato, chi è diventato e cosa ha sbagliato. Ritroviamo così una galleria di donne e di uomini mai definitivamente spariti dalla scena, ma che tornano a prendere corpo e consistenza solo quando si ricongiungono al coro. 

Quelli di Elizabeth Strout sono quasi tutti ordinari, spesso anziani, figli di povera gente, ma capaci di scatti di intelligenza che li rendono aperti al cambiamento, che sia la possibilità di uscire dalla periferia o di emanciparsi da una condizione di inferiorità. Su tutti spicca Lucy. E' una Lucy Burton antica e sempre nuova che dissimula saggiamente la sua arte e mantiene uno sguardo fresco che si sposa benissimo con quello un pò serioso di William (il marito). Lucy non comprende molti perchè della nostra esistenza eppure li vuole racconare. E cosìaltro fa uno scrittore se non cercare ogni volta di misurarsi con ciò che resta incomprensibile?

Elizabeth Strout
Lucy davanti al mare
Einaudi 
2024 Supercoralli
pp. 232 - € 19,00
 
Traduzione di Susanna Basso
 
È l'inizio del 2020 e in città giunge notizia di un nuovo virus potenzialmente letale. A New York i casi sono ancora sporadici e la gente, la scrittrice Lucy Barton fra loro, si aggrappa alla vita di sempre. Ma non William. William, il primo marito di Lucy, è un uomo di scienza, e la intuisce da subito, la catastrofe che sembra spazzar via la vita conosciuta; la grande paura che annienta le certezze e scuote le relazioni. Anche quella antica di due vecchi coniugi che credevano di aver esaurito le sorprese. Ancora una volta tocca far appello all'amore, alle sue forme strane e imperfette, per far sí che il comune dolore anziché allontanare unisca. Per salvarsi la vita.

«È scritto per sembrare vita - erratica, sorprendente, attraversata da lampi di un senso piú alto; la verità è che è arte».
Laura Miller, «The New Yorker»

«Non ho solo amato questo libro; ne avevo bisogno».
Priscilla Gilman, «The Boston Globe»
 
Il libro
 
La scrittrice Lucy Barton non ha mai cancellato un tour promozionale in vita sua. Eppure, quasi senza saperne la ragione, quel tour in Europa, previsto per i primi mesi del 2020, l’ha disdetto. «Meno male che non sei andata in Italia, – le diranno poi, – là c’è il virus». È William, lo scienziato William, il primo marito di Lucy, da poco reduce dal fallimento del suo terzo matrimonio e dal rifiuto di una sorellastra che non lo vuole incontrare, a passare all’azione per primo: Lucy ha poche ore per preparare un bagaglio essenziale, chiudere casa e partire con lui alla volta di una casetta in affitto sulle coste del Maine. Anche le loro figlie, Chrissy e Becka, e i rispettivi mariti dovranno raggiungere luoghi piú protetti. L’imperativo per tutti, nei piani di William, è lasciare la città, con il suo brulicare di vita e pericoli, e mettersi al riparo. Pur incredula e sgomenta, Lucy accetta di seguire l’ex marito a Crosby, Maine. Per loro inizia cosí la routine interminabile di una quotidianità dilatata nella ripetizione di piccoli gesti sempre uguali a se stessi che la pandemia ha caricato di senso; una routine ammanettata all’assenza di vita – «Certe volte dovevo uscire di casa al buio e andare giú fino al mare, imprecando ad alta voce» – eppure preziosa perché garanzia della prosecuzione. E poi un inedito senso di solitudine e isolamento. La nostalgia. La preoccupazione per i cari distanti. L’amarezza di certi allontanamenti. La rabbia e la noia. La grande paura, individuale e collettiva: quella che fa avvicinare una furente abitante del luogo all’automobile con la targa della metropoli, urlando a una Lucy Barton sconvolta: «Maledetti newyorkesi! Via da casa nostra!» E poi l’ottusità, che la paura sempre porta con sé, in seno all’inconsapevole privilegio di chi la prigione può permettersi di scegliersela. Ma ci sono anche gli istanti di consolazione: una natura anch’essa ripetitiva, come le onde del mare che Lucy contempla, ma proprio per questo rassicurante; una chiacchierata dietro la mascherina, un abbraccio proibito e insperato con una figlia lontana, un incontro dal passato, e un percorso rovesciato di separazione in casa per due vecchi coniugi e amici e amanti chiamati a saggiare la trama della loro comune tela nel modo piú brutale. Lo stesso di cui tutti noi ancora portiamo le cicatrici.

ARTICOLO PER GIORNALE/RIVISTA - IL CASO ITALIANO E IL CASO MILANO.


ARTICOLO PER GIORNALE/RIVISTA

IL CASO ITALIANO E IL CASO MILANO

L'Ossrvatorio Data Center del Politecnico ha analizzato lo scenario europeo del settore. E, sorpresa: i soliti big, i grandi dei mercati Flapd (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino) stanno perdendo forza, saturi, a favore di una maggiore decentralizzazione. Verso dove? Là dove servono maggiori connessioni e più facili sono i contatti con i Paesi in via di sviluppo. Ecco allora la rivincita di milano e Madrid (le MM) che con Zurigo e Varsavia si candidano a diventare le nuove capitali dei Data Center. Il motivo, almeno per quanto riguarda Milano, si spiega velocemente, visto che sono tre i fattori che rendono un territorio attrente pe un costruttore di Data Center: la densità dipopolazione, la densità di pil, la densità digitale. Ecco allora ce la Regione più popolosa e ricca naturalmente regina dei data center. Altra caratteristica che rende non solo Milano, ma tutta la penisola un'area strategica: i cavi sottomarini la collegano al mediterraneo e quindi ad Africa, Medio Oriente, perfino Estremo Oriente trasformandola potenzialmente in un grande polo non solo di smistamento dati (e la porta di entrata all'Africa orientale), ma anche, un erogatore di servizi e di competenze per le nazioni vicine (Grecia , Slovenia), e per quelle più lontane che vogliono connettersi con l'Europa e viceversa. Esempio: se una grande multinazionale tedesca vuole investire su un mercato afriocano instabile dal punto di vista politico e sociale, preferisce appoggiarsi ai data Center <<sicuri>> nel sud dell'Europa.

<<L'Italia è un punto di svolta, perchè la sua attrattività si scontra con la mancanza di alcune condizioni necessarie. Tra queste l'inquadramento normativo dei data Center, che a oggi sono idenificati come semplici edifici industriali, generando confusione.> Altra questione: la definizione di procedure chiare per costruire le infrastrutture. Anche in questo caso non esiste un procedimento specifico per l'apertura di nuovi Data Center. Risultato: rimpalli tra Comuni, Regioni, ministeri. Ultimo elemento necessario, lapprovvigionamento energetico: visto che i data Center di potenza superiore ai 10 Megawatt richiedono l'allacciamento all'alta tensione, <<saranno necessari investimenti di potenziamento della rete elettrica>>. Stiamo diventati un paese interessante, ma poichè aumenta la richiesta di capacità di calcolo, ma poichè aumenta la richiesta di capacità di calcolo, abbiamo bisogno di data Center sempre più efficienti e con regole uguali in tutti i Comuni: non è possibile che per aprire un nuovo polo a Milano o a Roma ci siano criteri diversi. Servono norme chiare e nazionali.>>

 

ARTICOLO PER GIORNALE/RIVISTA - I DATA CENTER N.2?

ARTICOLO PER GIORNALE/RIVISTA

I DATA CENTER N.2?

Sono edifici che mettono a disposizione lo spazio, la rete di comunicazione, l'energia e tutti i servizi necessari per il funzionamento, la protezione, il mantenimento delle risorse informatiche di piccole, medie, grandi, grandissime aziende (definizione:<<Garantiscono il funzionamento costante di tutte le apparecchiature informatiche, dei sistemi, delle reti e dei servizi a supporto delle atiività digitali dell'impresa>>). Non semplici <<alberghi>> per lo scheletro digitale di un 'attività, ma grandi centri - i più importanti sono circa un centinaio in Italia - che ospitano un insieme di server per l'elaborazione e la comunicazione dei dati verso l'esterno, oltre che per la archiviazione. E' vero, ci sono i cloud provider (di Microsoft, Amazon, Oracle, Google...), spazi virtuali dove immagazzinare e incrociare i dati, ma anche loro, in ultima analisi, devono appoggiarsi a un data Center fisico per rendere le informazioni accessibili e condivisibili con aziende, patner, clienti e utenti. E' anche vero che una piccola realtà può decidere di tenere i server in cantina, o in una sottoscala (ce ne sono migliaia). Ma sprecherebbero energia, non avrebbe garanzie sulla performance degli hardware (a questo servono i generatori di emergenza), sulla protezione delle connessioni. Temi fondamentali che hanno fatto nascere un'associazione, Ida (Italian Datacenter Association), e che stanno ridisegnando la mappa dei Data Center italiani. Da piccoli, autonomi e antieconomici, a poli della digitazzazione, destinati ad avere ciascuno una potenza anche superiore ai 10 Megawatt. Per capire le dimensioni del fenomeno basta fare un calcolo: se a un bilocale servono in media 4,5 Kilowatt di potenza, allora un megawatt (mille Kilowatt) fornisce energia a circa 220 appartamenti.

ARTICOLO PER GIORNALE/RIVISTA - I DATA CENTER

ARTICOLO PER GIORNALE/RIVISTA 

I DATA CENTER

La fortezza è invalicabile, sorvegliata giorno e notte, da guardie armate. E' fatta di acciaio e cavi, chilometri di cavi, chilometri di fibra. E' rumorosa, la difndono uomini silenziosi. Mnagia energia e restituisce connessioni. Nascosta da anonimi edifici, protegge banche, ospedali, aziende. Ci serve quando controlliamo il conto online, prenotiamo un volo da un'App, ascoltiamo un brano su Spotify, leggiamo i risultati degli esami del sangue. E' fondamentale e necessaria. Come le altre infrastrutture. Come le autostrade. O la rete elettrica, i porti, le arterie ferroviarie. Eppure non ne sappiamo quasi niente, convinti come siamo che una <<nuvola>> immateriale basti a tenere in piedi milioni di interazioni. E invece ogni cloud che galleggia nel cielo virtuale ha bisogno di solide, molto corporee, radici a terra: ci sono luogh fisici che mettono al sicuro le nostre vite digitali, magazzini - hangar di armadi, che a loro volta contengono i server - che si chiamano Data Center. Per funzionare hanno bisogno di spazio, suolo, alimentazione e notevoli sistemi di sicurezza. L'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano calcola che in Italia gli investiimenti bel settore per il periodo 2023-2025 saranno 15 miliardi di euro. Altra energia, altri spazi da trovare, ovviamente anche altri nuovissimi posti di lavoro per un mercato in clamorosa ascesa. Cattedrali che custodiscono i nostri gusti, risparmi, sogni, segreti.

I DATA CENTER

Sono edifici che mettono a disposizione lo spazio, la rete di comunicazione, l'energia e tutti i servizi necessari per il funzionamento, la protezione, il mantenimento delle risorse informatiche di piccole, medie, grandi, grandissime aziende (definizione:<<Garantiscono il funzionamento costante di tutte le apparecchiature informatiche, dei sistemi, delle reti e dei servizi a supporto delle atiività digitali dell'impresa>>). Non semplici <<alberghi>> per lo scheletro digitale di un 'attività, ma grandi centri - i più importanti sono circa un centinaio in Italia - che ospitano un insieme di server per l'elaborazione e la comunicazione dei dati verso l'esterno, oltre che per la archiviazione. E' vero, ci sono i cloud provider (di Microsoft, Amazon, Oracle, Google...), spazi virtuali dove immagazzinare e incrociare i dati, ma anche loro, in ultima analisi, devono appoggiarsi a un data Center fisico per rendere le informazioni accessibili e condivisibili con aziende, patner, clienti e utenti. E' anche vero che una piccola realtà può decidere di tenere i server in cantina, o in una sottoscala (ce ne sono migliaia). Ma sprecherebbero energia, non avrebbe garanzie sulla performance degli hardware (a questo servono i generatori di emergenza), sulla protezione delle connessioni. Temi fondamentali che hanno fatto nascere un'associazione, Ida (Italian Datacenter Association), e che stanno ridisegnando la mappa dei Data Center italiani. Da piccoli, autonomi e antieconomici, a poli della digitazzazione, destinati ad avere ciascuno una potenza anche superiore ai 10 Megawatt. Per capire le dimensioni del fenomeno basta fare un calcolo: se a un bilocale servono in media 4,5 Kilowatt di potenza, allora un megawatt (mille Kilowatt) fornisce energia a circa 220 appartamenti.

IL CASO ITALIANO E IL CASO MILANO

L'Ossrvatorio Data Center del Politecnico ha analizzato lo scenario europeo del settore. E, sorpresa: i soliti big, i grandi dei mercati Flapd (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino) stanno perdendo forza, saturi, a favore di una maggiore decentralizzazione. Verso dove? Là dove servono maggiori connessioni e più facili sono i contatti con i Paesi in via di sviluppo. Ecco allora la rivincita di milano e Madrid (le MM) che con Zurigo e Varsavia si candidano a diventare le nuove capitali dei Data Center. Il motivo, almeno per quanto riguarda Milano, si spiega velocemente, visto che sono tre i fattori che rendono un territorio attrente pe un costruttore di Data Center: la densità dipopolazione, la densità di pil, la densità digitale. Ecco allora ce la Regione più popolosa e ricca naturalmente regina dei data center. Altra caratteristica che rende non solo Milano, ma tutta la penisola un'area strategica: i cavi sottomarini la collegano al mediterraneo e quindi ad Africa, Medio Oriente, perfino Estremo Oriente trasformandola potenzialmente in un grande polo non solo di smistamento dati (e la porta di entrata all'Africa orientale), ma anche, un erogatore di servizi e di competenze per le nazioni vicine (Grecia , Slovenia), e per quelle più lontane che vogliono connettersi con l'Europa e viceversa. Esempio: se una grande multinazionale tedesca vuole investire su un mercato afriocano instabile dal punto di vista politico e sociale, preferisce appoggiarsi ai data Center <<sicuri>> nel sud dell'Europa.

<<L'Italia è un punto di svolta, perchè la sua attrattività si scontra con la mancanza di alcune condizioni necessarie. Tra queste l'inquadramento normativo dei data Center, che a oggi sono idenificati come semplici edifici industriali, generando confusione.> Altra questione: la definizione di procedure chiare per costruire le infrastrutture. Anche in questo caso non esiste un procedimento specifico per l'apertura di nuovi Data Center. Risultato: rimpalli tra Comuni, Regioni, ministeri. Ultimo elemento necessario, lapprovvigionamento energetico: visto che i data Center di potenza superiore ai 10 Megawatt richiedono l'allacciamento all'alta tensione, <<saranno necessari investimenti di potenziamento della rete elettrica>>. Stiamo diventati un paese interessante, ma poichè aumenta la richiesta di capacità di calcolo, ma poichè aumenta la richiesta di capacità di calcolo, abbiamo bisogno di data Center sempre più efficienti e con regole uguali in tutti i Comuni: non è possibile che per aprire un nuovo polo a Milano o a Roma ci siano criteri diversi. Servono norme chiare e nazionali.>>

venerdì 16 febbraio 2024

ARTICOLO PER RIVISTA/GIORNALE - SAI COSA SONO I DATA CENTER?

 ARTICOLO PER RIVISTA/GIORNALE - SAI COSA SONO I DATA CENTER?

Sono invalicabili come le fortezze, protetti giorno e notte da guardie armate, sorgono come funghi in tutto il mondo, in tutta Europa, in tutta Italia, intorno a Milano e anche all'interno di Milano. Sono strutture fisiche, molto fisiche, che gestiscono l'attività informatica di imprese, mercati e finanziari, privati cittadini. Nel nostro Paese si prevedono 15 miliardi di investimenti nel 2023-2025.

giovedì 15 febbraio 2024

ARTICOLO PER GIORNALE/RIVISTA. LIBRI CHE RESISTONO TRANQUILLAMENTE A SESSANT'ANNI DALL'USCITA.


I LIBRI CHE RESISTONO TRANQUILLAMENTE A SESSANT'ANNI DALL'USCITA.

 La missione per questo nuovo anno resta la stessa di sempre: proporre voci raffinate, originali, senza confini spaziali e temporali, testi e autori liberi dalle mode.

1964, 1974, 1984: I LIBRI CHE RESISTONO TRANQUILLAMENTE A SESSANT'ANNI DALL'USCITA.

Nel 2023 il confronto inevitabile era con il 1963, anno miracoloso di capolavori italiani che gloriosamente resistono nel tempo. Il 2024 non ha ricorrenze così plateali: il 1964 è l'anno in cui Jean-Paul Sartre rifiutò il Nobel. E' l'anno della Camera azzurra di Georges Simenon, che avrebbe meritato il Nobel almeno quanto Sartre. E' l'anno di Herzog, opera suprema del maestro di tutti, Saul Bellow. In Italia è l'anno della Battaglia soda di Luciano Bianciardi, uno dei suoi romanzi risorgimentali. E' l'anno di Dietro la porta, il quarto libro del romanzo di Ferrara di Giorgio Bassani. E' l'anno delle Due città di Mario Soldati, mai abbastanza celebrato, del Male oscuro di Giuseppe Berto e dei Tre racconti di Tommaso Landolfi. Libri che resistono tranquillamente a sessant'anni dall'uscita.

Per Pasolini, è l'anno delle Poesie in forma rosa. Il 1974 porta il litigio tra Garzanti ed Einaudi per contendersi Corporale di Paolo Volponi, facilità di lettura antitetica rispetto a La storia di Elsa Morante, che uscì in giugno, sempre per Einaudi con la scritta in copertina: Uno scandalo che dura da diecimila anni. Lo scandalo era, a detta della stessa Morante, un'ovvietà: ogni società umana si rivela un campo straziato, dove una squadra esercita la violenza e una folla la subisce ... La vita nella sua realtà, sta tutta e soltanto dall'altra parte: con le vittime dello scandalo. Forse era un'ovvietà allora: oggi viene chiamto buonismo. Il successo del libro, immediato e, strenuamente voluto dalla Morante, segnò la divaricazione massima tra il gusto del pubblico e quello di molti critici di Kolossal tipo Via col vento parlò Asor Rosa. Ne nacque un dibattito politico-culturale che per un anno coinvolse storici, psicologi, politici, scrittori e che nel 2024 sarebbe impensabile. Il 1974 è anche l'anno di Todo modo, il giallo politico di Leonardo Sciascia che decretò l'irresolubilità degli intrighi umani. E' anche l'anno in cui Guido Morselli fu pubblicato per la prima volta: il suo romanzo distopico, Roma senza Papa, uscì da Adelphi quando lo scrittore varesino era già morto suicida, disperato anche per i numerosi rifiuti editoriali che aveva subito in vita. Ci sarebbero gli altri decennali. Fermiamoci al 1984. Con due titoli soltanto: L'amante di Marguerite Duras e L'anno della morte di Ricardo Reis di Josè Saramago. Resistono, resistono.

REVIEW: L'ETA' FRAGILE DI ANTONELLA DI PIETRANTONIO, EINAUDI

 

Donatella Di Pietrantonio e L'età fragile

La scrittrice: "A volte penso che questo sarà l'ultimo romanzo".
 
DONATELLA DI PIETRANTONIO, L'ETÀ FRAGILE, EINAUDI, PP.176, EURO 18

Ci racconta come ogni momento della nostra vita sia esposto all'inciampo, alla caduta, alla sofferenza.

È questa 'L'età fragile' del nuovo romanzo di Donatella Di Pietrantonio che scardina gli stereotipi sugli anni, sulla sicurezza dei piccoli luoghi di provincia e affronta per la prima volta la violenza di genere. 

"Non do un'unica risposta su quale sia l'età fragile. Ho voluto anche un po' scardinare lo stereotipo della giovinezza come età della forza, dell'onnipotenza quasi. Qui vediamo addirittura che tutti i giovani di una piccola comunità di montagna sono colpiti da un evento traumatico che accade nel loro luogo di nascita, dove non se lo sarebbero mai aspettato" dice all'ANSA Di Pietrantonio che nel romanzo rievoca un fatto di cronaca nera accaduto nel 1997 nella sua terra, il delitto del Morrone in cui furono trucidate due ragazze in escursione sulla Maiella.

 
    Un caso che la aveva profondamente colpita? "Esattamente il contrario. Ci sono tornata perché all'epoca, non so come, me lo ero lasciato un po' scivolare addosso. Era fine estate, forse ero lontana. Non lo avevo veramente elaborato questo crimine efferato accaduto proprio nella mia terra e poi, quando meno me lo aspettavo, un giorno davanti al paesaggio innevato delle nostre montagne, è affiorato questo ricordo che mi ha mosso qualcosa di profondo. Non avevo mai voluto prima scrivere di violenza di genere perché avevo paura che risultasse un'operazione un po' programmatica e invece questa volta sono stata colta dalla necessità". 


    L'età fragile, da poco arrivato in libreria per Einaudi, è uscito proprio nei giorni della grande ondata emotiva e mobilitazione per il femminicidio di Giulia Cecchettin. "È stato casuale. Il libro lo avevo scritto molto prima e non potevo prevedere questa coincidenza. Sono fiduciosa che questa ondata si tramuti in uno stato di mobilitazione continua delle donne e degli uomini, in un impegno costante e fattivo perché davvero non accada più". 


    Storia del rapporto tra una madre, Lucia, e la figlia ventiduenne Amanda che si è trasferita a Milano per inseguire i suoi sogni e torna a casa, in Abruzzo, poco prima della chiusura totale per la pandemia, il romanzo è dedicato alle sopravvissute.

"C'è stato un momento in cui ho avuto paura che sembrasse banale, ma ho mantenuto questa dedica perché davvero mi è affiorata da dentro. Siamo sopravvissute non solo a violenze fisiche, ma a tantissime altre forme di violenza più o meno visibile" dice. 


    La relazione tra madre e figlia di cui Di Pietrantonio ha sempre parlato nei suoi romanzi questa volta è raccontata sotto un'altra luce. "Qui l'io narrante è una madre con una figlia ventenne che dopo essere partita dal piccolo luogo di nascita torna indietro completamente cambiata, chiusa, scontrosa. La madre non ha strumenti per poter scalfire il silenzio di Amanda, la sua vita che si è interrotta". C'è anche l'assalto agli ultimi treni che partivano verso Sud prima del lockdown. "La pandemia non è un tema, è uno sfondo. Fa un po' da cassa di risonanza a questa chiusura individuale del personaggio di Amanda".
    Forte il legame con il territorio ma questa volta vira al nero. "C'è un personaggio, la pm, che a un certo punto dice una delle frasi chiavi del romanzo: 'dove arriva l'uomo può portare il male'". 


    L'autrice de 'L'Arminuta', di 'Borgo Sud', che vive a Penne, in Abruzzo, dove ha sempre continuato a fare la sua professione di odontoiatra per i bambini, porta in questo suo nuovo romanzo la visione di un mondo nuovo, ma il finale non è rassicurante, resta sospeso. "Quale sarà il futuro di Amanda e anche dei giovani della sua generazione non si sa. Come riempiranno il vuoto di questo momento?". C'è anche un mondo che sta finendo quello dei pastori, degli agricoltori di queste aree interne che non si arrendono, come il padre di Lucia che è figlia di quel patriarcato rappresentato dal suo genitore. "In questo un po' le somiglio. Lucia ha fatto un grande lavoro per potersi emancipare, ma questa lotta è stata molto complessa, difficile, perché questi padri erano autoritari, rocciosi, a tratti violenti, ma anche molto presenti, attenti alla vita delle figlie. Amanda invece ha avuto un padre moderno che l'ha lasciata libera, però un po' evanescente. Una presenza debole" dice la scrittrice. 


    L'età fragile "solo a volte penso che sarà il mio ultimo romanzo" dice la scrittrice. Perché? "Mi piacerebbe tornare al formato dei racconti, la mia prima forma espressiva anche se non sono mai stati pubblicati. Li ho chiusi da qualche parte". 

Donatella Di Pietrantonio
L’età fragile
Einaudi
2023 Supercoralli
pp. 192 - € 18,00
 
Non esiste un'età senza paura. Siamo fragili sempre, da genitori e da figli, quando bisogna ricostruire e quando non si sa nemmeno dove gettare le fondamenta. Ma c'è un momento preciso, quando ci buttiamo nel mondo, in cui siamo esposti e nudi, e il mondo non ci deve ferire. Per questo Lucia, che una notte di trent'anni fa si è salvata per un caso, adesso scruta con spavento il silenzio di sua figlia. Quella notte al Dente del Lupo c'erano tutti. I pastori dell'Appennino, i proprietari del campeggio, i cacciatori, i carabinieri. Tutti, tranne tre ragazze che non c'erano piú.

Il libro

Amanda prende per un soffio uno degli ultimi treni e torna a casa, in quel paese vicino a Pescara da cui era scappata di corsa. A sua madre basta uno sguardo per capire che qualcosa in lei si è spento: i primi tempi a Milano aveva le luci della città negli occhi, ora sembra che desideri soltanto scomparire, si chiude in camera e non parla quasi. Lucia vorrebbe tenerla al riparo da tutto, anche a costo di soffocarla, ma c’è un segreto che non può nasconderle. Sotto il Dente del Lupo, su un terreno che appartiene alla loro famiglia e adesso fa gola agli speculatori edilizi, si vedono ancora i resti di un campeggio dove tanti anni prima è successo un fatto terribile. A volte il tempo decide di tornare indietro: sotto a quella montagna che Lucia ha sempre cercato di dimenticare, tra i pascoli e i boschi della sua età fragile, tutti i fili si tendono. Stretta fra il vecchio padre cosí radicato nella terra e questa figlia piú cocciuta di lui, Lucia capisce che c’è una forza che la attraversa. Forse la nostra unica eredità sono le ferite. Con la sua scrittura scabra, vibratile e profonda, capace di farci sentire il peso di un’occhiata e il suono di una domanda senza risposta, Donatella Di Pietrantonio tocca in questo romanzo una tensione tutta nuova.