martedì 31 gennaio 2023

RECENSIONE "SELF-PORTRAIT" DI MELANIA G. MAZZUCCO - EINAUDI

 

Mazzucco, il museo del mondo delle donne

Vita al femminile, autoritratto attraverso l'altra metà dell'arte

MELANIA G. MAZZUCCO , ''SELF-PORTRAIT.

Il museo del mondo delle donne'' (EINAUDI, pp. 142 - 30,00 euro)

All'inizio della scrittura critico narrativa sull'arte di Melania Mazzucco c'è una bambina (per essere precisi quella che Tintoretto raffigurò in cima alla scalinata della 'Presentazione di Maria al tempio') e questo essere incuriosita, rispecchiarsi magari, in un'identità femminile diverrà via via qualcosa che la porta a mettere a fuoco il ruolo della donna, dell'artista, da secoli minimizzato o nascosto, nella storia dell'arte e non solo.
    Se la prima grande immersione nel mondo dell'arte sarà nel nome di Tintoretto, vi sarà assieme la scoperta e il dar rilievo alla di lui figlia e pittrice a sua volta Marietta, che compare sia nella ricostruzione della vita del padre con l'immaginazione nel romanzo 'La lunga attesa dell'angelo', sia nel narrarne poi diremmo meticolosamente, ma sempre con passione e una scrittura attenta a comunicare e coinvolgere, in oltre mille pagine la verità storica sul che emerge da documenti e testimonianze, in 'Jacomo Tintoretto & i suoi figli', frutto di una ricerca durata oltre dieci anni.
    Per questo personalmente ho notato l'assenza di Marietta Robusti 'tintoretta veneziana' in questo 'Self-portrait', ultimo libro dell'autrice di 'Vita' (Premio Strega 2003), dedicato a un immaginario ''museo del mondo delle donne'', come recita il sottotitolo, galleria di dipinti in cui la donna è protagonista due volte, come autrice e come soggetto di un autoritratto o del ritratto comunque di una donna che parla di sé, del proprio ruolo. Il fatto è in verità che dei quadri di Marietta (tra cui si menziona proprio un autoritratto inviato a Massimiliano II) nessuno è mai stato identificato.
    Detto questo, comunque il panorama che vanno a comporre le trentasette autrici ora proposte, da metà seicento, con Elisabetta Sirani, ai nostri giorni, con Giosetta Fioroni, appare se non certo completo, esaustivo. Vi si ritrovano anche le sole tre donne (Georgia O'Keeffe, Artemisia Gentileschi e Suzanne Valdon) tra i quarantanove uomini, che componevano il libro 'Il museo del mondo' personalissimo e non cronologico proposto della Mazzucco, che si chiude non a caso col Tintoretto e nel nome di Marietta. Tra le nuove c'è poi quella Plautilla Briccia che proprio la scrittrice ha riscoperto e indagato in un romanzo saggio intitolato 'L'architettrice' (da cui lo scorso anno nacque una mostra a lei dedicata alla galleria Corsini), qui presente con 'La nascita di S. Giovanni Battista' quadro affollato di donne, con al centro un'anziana e che, pur nel rispetto della sacra iconografia, traduce in qualcosa di quotidiano e realisticamente famigliare.
    La novità del lavoro della Mazzucco è il non partire dalle biografie delle artiste, come accaduto da quando, qualche decennio fa, si è cominciato a indagare l'altra metà della storia dell'arte, quella senza maschi, ma dalle loro opere e attraverso questo arrivare a loro, alle loro particolari qualità, al loro sguardo femminile, capace di una visione che un loro coetaneo dell'altro sesso forse non avrebbe mai avuto (e la riproduzione del corpo è in questo centrale e rivelatoria). Così è il quotidiano della vita di una donna il tema, se la Mazzucco compone il susseguirsi dei quadri proposti non secondo cronologia storica delle autrici, ma seguendo il percorso vitale di una donna, con suddivisioni che vanno per tema dalla Nascita (Antonietta Raphael, solo per citare uno dei nomi) all'Adolescenza (Suzanne Valadon), dalla Giovinezza (Artemisia Gentileschi) all'Erotismo (Giulia Lama e Marie Laurencin), la Gravidanza (da Plautilla Nelli a Jenny Saville), l'Aborto (Frida Kahlo), arrivando a Sessualità (Carol Rama), Sorellanza (Olga Rozanova), Vita di madre (Tamara De Lempicka), di Donna sola (Gabriele Munter), di Moglie (Louise Bourgeois), quindi Lavoro (dalla Briccia a Emma Ciardi) e Vecchiaia (da Laura Waring alla Fioroni). ''La mia selezione rispecchia solo ciò che sono oggi e non ciò che ero o che sarò domani. Siamo fluidi e mutevoli, tutto ci cambia, e il senso del percorso è nel mutamento stesso'', scriveva la Mazzucco ne 'Il museo del mondo', frase che non perde il suo valore pure nel caso di quest'altro museo personale, self-portrait anche dell'autrice. Per questo si tratta di un libro coinvolgente, rivelatorio, intelligente e sentimentale, tutto quindi da leggere, avendo tra l'altro davanti le varie riproduzioni dei dipinti citati.

RECENSIONE "LE LACRIME DEI PESCI NON SI VEDONO" DI MASSIMILIANO SCURIATTI - LA NAVE DI TESEO

 


MASSIMILIANO SCURIATTI, ''LE LACRIME DEI PESCI NON SI VEDONO'' (LA NAVE DI TESEO, pp. 222 - 18,00 euro)
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Dai miti della Sicilia, dalle sue radici classiche, sino ai nostri giorni, ovvero un racconto in prima persona che parte dal 1949, quando l'io narrante ha 13 anni, e arriva a fine anni '60, con l'Italia del boom economico e in rapidissima trasformazione, nel bene e nel male. E il tema del romanzo è proprio questo, un indagare sul rapporto tra l'uomo la natura, l'industrializzazione e il benessere, puntando l'attenzione su un luogo esemplare di quel periodo con tutti i suoi cambiamenti, nella Sicilia meridionale, dove nacque una delle prime raffinerie petrolifere industriali, mutandone sostanzialemnte la vita e l'economia.

 
    Siamo da Augusta, nel cui mare la leggenda dice che sono esistite le sirene: siamo un poco più giù e a ovest dello Stretto mitico di Horcynus Orca di D'Arrigo, della Aci Trezza dei Malavoglia con la loro 'Provvidenza' che affonda, romanzo che pare, con la sua dichiarazione di intenti verghiana sulle irrequietudini portate dai cambiamenti economici, un po' il precedente paradigmatico di questo col suo verismo di fondo. Qui il saldo cretizzarsi della provvidenza si rivelerà illusione e naufragio, la nascita della raffineria che porta lavoro e benessere, auto e lavatrici, tv magari ancora presa e vista collettivamente, porterà quel mondo da secoli incontaminato, in cui l'uomo non si misura ma è parte della natura, al naufragio, a esserne vittima e artefice della sua morte. 


    Perché tutto questo, che è storia, abbia un andamento narrativo coinvolgente Scuriatti ha giustamente sceltola di far partire tutto dall'esperienza di un singolo raccontata in prima persona, Vittorio Alicata, col suo difficile crescere, nell'orgoglio di succedere a 13 anni al padre come pescatore con una sua barca personale, nel suo amore e attaccamento per il mare, entrando persto in contrasto anche violento con questo genitore difficile, Biagio Alicata, insoddisfatto, individualista, ribelle che è stato antifascista e ora è noto comunista e senzadio malvisto, anche se cederà pure lui alle lusighe economiche del lavoro nell'industria e, quando riuscirà a essere assunto e penserà di essersi sistemato scoprirà che quel benessere è letteralmente di un regalo avvelenato. E la sua famiglia ne sarà colpita in modo particolare. 


    A avvelenarsi è innanzitutto il mare, che cambia colore mentre i pesci cambiano sapore e non si vendono più (quei pesci che muoiono a branchi e i bambini si chiedono se sentano dolore. 


    Certo che lo sentono, e allora piangono? ''Certo che piangono, solo che le loro lacrime non si vedono, ammiscate, come sono, col mare''). Una tragedia che dovrebbe far da campanello di allarme per quel che sarebbe accaduto un po' in tutta Italia con l'industrializzazione selvaggia, prima davvero senza sapere, poi con la coscienza della gravità delle conseguenze ma, in nome di profitti e del progresso, cercando all'infinito di nasconderle tanto che ancora oggi, in alcuni posti come sappiamo, la scelta è tra avvelenarsi o non lavorare. 


    Intanto, mentre il suo mondo si modifica e il suo lavoro in barca diventa sempre più difficile, Vittorio cresce, è sveglio, sensibile e entra nelle grazie di un professore di filosofia, Antonio Monaco, che gli dà insegnamenti importanti e gli racconta la realtà dell'isola, il problema grave della mafia, lui che ebbe un nonno padrino sanguinario, tanto da arrivare a uccidere il suo stesso figlio. Allo stesso modo lo mette i guardia dallo spirito fatalista dei siciliani, ''che attendono sempre qualcuno li tragga in salvo dalle lor disgrazie'' non avendo mai conosciuto e capito cosa fosse la libertà. 


    Per questo, invece di usare la ragione e non avendo sapienza della realtà delle cose fuori del suo paese, Vittorio un certo momento deciderà di seguire l'istinto, agendo secondo la rabbia e la passione del cuore. Intraprende allora un avventuroso viaggio, prima in treno, poi da Napoli su un camion con frutta e verdura, fino a Milano per parlare col proprietario della raffineria, l'ingegner Castelli (nella realtà Angelo Moratti), che i paesani avevano tempo prima portato in trionfo per le vie di Augusta, e accusarlo delle sue malefatte e danni. 


    Naturalmente un fallimento, ma anche una lezione per crescere, che lo porta a un ripiegamento su se stesso, alla pacificazione col padre, ma anche a un finale orgoglio d'indipendenza, sapendo ormai che nessun padrone concederà qualcosa ma bisognerà conquistarsi tutto con fatica e dolore.
    Tutto è raccontato con una scrittura semplice e rapida, arricchita da qualche termine siciliano e rari echi di cadenza con l'io narrante che spesso è più narratore nella visione generale degli accadimenti in un intersecarsi di realtà storica e finzione nel seguire le avventurose esemplari vicende personali di Vittorio e della sua famiglia.

RECENSIONE. GLI UOMINI FANNO PIANGERE DI LUCREZIA LERRO - LA NAVE DI TESEO

 

Gli uomini che fanno piangere di Lucrezia Lerro - La Nave di Teseo

Diario psicoanalitico di una donna alle prese con amore tossico

Il vuoto emotivo, la fame d'amore, la dipendenza da una relazione tossica, l'incapacità di prendersi cura di sé: si cammina sul terreno delicato di un dialogo interiore che anela alla sincerità nel romanzo "Gli uomini che fanno piangere", scritto da Lucrezia Lerro ed edito da La nave di Teseo.

Il romanzo mette al centro Ornella, una pittrice che insegue ardentemente l'amore e, con esso, la possibilità di essere felice. Con un passato difficile alle spalle, vissuto tra bulimia e anoressia, la donna si lascia irretire dal racconto del suo insegnante di francese, che le svela di essersi innamorato di Amedeo, un cardiologo di successo e "senza cuore", innamorato di sua moglie ed estremamente vanesio. Come in una sfida con se stessa o in un ennesimo tentativo di esporsi a una prevedibile sofferenza, Ornella decide non solo di conoscere il cardiologo ma di conquistarlo.
    Tra i due nasce uno strano rapporto, tossico, instabile, del tutto senza prospettive perché privo di qualunque sincerità.
    "Volevo essere perfetta ai suoi occhi, per farlo innamorare al primo sguardo", si legge nel romanzo, "Maledetto Cupido, ormai si era accovacciato nel mio cuore, un po' si rannicchiava e un po' si destava in attesa delle nuove mosse, scherniva le mie fragilità confuse a una scarsa arguzia in amore, mi suggeriva di insistere. Ero conciata male in nome dell'amore, per inseguire l'idea che si potesse amare nonostante le delusioni. Bugiardo Cupido, non mi avevi suggerito che avrei potuto presentarmi con i miei difetti e Amedeo forse li avrebbe amati. Una settimana di agonie, di attese e preoccupazioni. Nel frattempo lo sognavo, lo incontravo di notte, nei sogni ero il centro dei suoi desideri". Se l'uomo si rivela sempre più narcisista ed egocentrico, Ornella non riesce a non oscillare tra stati d'animo opposti, che dall'esaltazione la trascinano nel buio della depressione. In questa altalena sentimentale, finalmente la donna troverà il modo di guardarsi finalmente dentro: un aiuto lo offrirà proprio il suo "amato", quando le confesserà l'inconfessabile, ossia di aver finalmente lasciato "l'amatissima" moglie non per lei, ma per un'altra malcapitata.
    Scritto in modo scorrevole, l'autrice condensa in poche pagine il percorso interiore della sua protagonista, in cui tanti possono immedesimarsi, e svela al lettore le insidie della fragilità emotiva, gli inganni, le cadute, ma anche la possibilità di rialzarsi quando in un moto d'orgoglio e di amorevolezza si sceglie finalmente di tornare ad amarsi.

 

 

RECENSIONE "NON GIUDICARMI" DI ANNA KANAKIS - BALDINI E CASTOLDI


Anna Kanakis, scrivo per essere libera

In romanzo Non giudicarmi storia barone omosessuale Fersen

ANNA KANAKIS, NON GIUDICARMI (Baldini+Castoldi, pp.112, 15 euro)

"Scrivere ha rappresentato una maturazione per me, una crescita.

Dopo la prima creatura di carta, che ho sentito interamente mia come se fosse un figlio, ho deciso che non volevo far parte di un progetto, come quando facevo l'attrice, ma essere libera.

Del resto la libertà, al pari dell'amore, è la cosa più bella della vita". Racconta così all'ANSA la scelta di dedicarsi anima e corpo alla scrittura Anna Kanakis, autrice del romanzo "Non giudicarmi", edito da Baldini+Castoldi. La scrittrice, alla sua terza prova letteraria (dopo "Sei così mia quando dormi. L'ultimo scandaloso amore di George Sand" nel 2010 e "L'amante di Goebbels" nel 2011), sceglie ancora il genere storico, perché, spiega, "amo la storia e amo scrivere, mi piace l'idea di entrare nelle vite di altri che hanno vissuto nel passato, riportandoli ai giorni nostri. 
 
Questa volta ho infilato i pantaloni di un signore omosessuale degli anni '20". Il romanzo trasporta il lettore a Capri, esattamente al 5 novembre 1923, ultimo giorno della vita del barone Jacques d'Adelswärd-Fersen: scrittore enigmatico e sempre insoddisfatto, Fersen subisce lo stigma della diversità e cerca rifugio in un'esistenza luccicante e sofisticata, ma anche nella cocaina. Sull'isola il barone vive a Villa Lysis, una suggestiva dimora fatta costruire proprio a picco sul mare, dove si intrattiene con i suoi amanti, e dove continua a lasciarsi logorare dai suoi demoni. "Negli anni '20 per gli omosessuali c'era il reato di sodomia: anche il barone Fersen come Oscar Wilde si fece 6 mesi di prigione", dice la scrittrice, "ha subito vessazioni e umiliazioni anche dalla famiglia: una sorella si fece suora per l'onta della sua omosessualità, un'altra non lo invitò al matrimonio perché si vergognava. 
 
All'epoca Capri e Taormina erano i luoghi scelti dagli omosessuali per proteggersi tra di loro, e cercare di vivere ed esprimersi per ciò che erano". "Ho deciso di raccontare il suo ultimo giorno di vita perché in un certo senso è stato proprio Fersen a trovare me", prosegue, "per caso ho scoperto la sua villa: mentre tornavo da Villa Jovis mi sono persa nei vicoli, poi mi sono trovata davanti questo tempio bianco a strapiombo sul mare, che mi ha incuriosito. Ho visitato la casa, oggi museo, mi sono appassionata e prima del lockdown ho fatto tanti sopralluoghi, per capire, ricostruire fatti della sua vita ma anche rapporti e relazioni. Durante la pandemia in 6 mesi ho scritto il libro, ascoltando Rachmaninoff". E' stato difficile vestire i panni di un personaggio così complesso? "Come gli altri, anche questo romanzo l'ho scritto con la prima persona perché mi dà modo di usare gli occhi del personaggio per descrivere ciò che vede e che sente. E' sempre complicato scendere nella psicologia di qualcuno, ma tutti noi abbiamo vissuto esperienze dirette o indirette che ci hanno toccato dentro. Ho pescato da me stessa, esattamente come quando facevo l'attrice. Cerco sempre di documentarmi tantissimo perché non voglio stravolgere il personaggio, serve l'onestà quando si racconta di qualcuno che è esistito", spiega Kanakis. 
 
Perché l'omosessualità oggi è ancora un tabù? "Perché il nostro Paese culturalmente è ancora indietro. Mentre scrivevo il libro leggevo il ddl Zan, oggi c'è un nuovo corso politico e anche se all'inizio alcune dichiarazioni che ho sentito mi hanno fatto spaventare voglio essere fiduciosa, ossia credo che possa essere trovato un compromesso, un dialogo", afferma ancora, "quello che mi piacerebbe è portare con il mio romanzo un piccolo risultato per i diritti degli omosessuali, non faccio politica, e non ho altri scopi. Vorrei sensibilizzare sul tema, perché serve un'educazione sociale che non c'è, è quello che va colmato. 

 Rieducare non costa niente: così come apprendono le lingue con facilità, i bambini possono assorbire anche il concetto dell'uguaglianza di persone che semplicemente si amano". Davvero esclude di tornare a fare l'attrice? Non le manca il contatto diretto con il pubblico? "La scelta di scrivere è stata per me una maturazione professionale. Poi mai dire mai nella vita, potrei tornare a recitare magari se un regista mi proponesse qualcosa di folle", conclude, sottolineando che "il contatto col pubblico ce l'ho lo stesso, grazie ai libri. Ogni presentazione per me è un'emozione fortissima".

 

VOLTARE PAGINA. DIECI LIBRI PER SOPRAVVIVERE ALL' AMORE DI ESTER VIOLA - EINAUDI

LA FORZA DI VOLTARE PAGINA

Caterina Giuseppa Buttitta

Voltare pagina. Dieci libri per sopravvivere all'amore

Ester Viola
pubblicato da Einaudi  

Collana L'Arcipelago Einaudi

 

                                     Pubblicato 10/01/2023 - Pagine 144 - Euro 14,00

 

Il libro

Curare le pene d'amore coi libri si può, ma bisogna saper leggere. C'è una storia giusta per ogni struggimento del cuore, il romanzo perfetto per voltare pagina: è cosi che la penna sulfurea di Ester Viola diventa un balsamo per lenire le ferite. Anna Karenina, Nick Hornby, L'amica geniale, Sally Rooney, Domenico Starnone, Frammenti di un discorso amoroso: nelle loro pagine ogni innamorato tradito, geloso o non corrisposto potrà trovare risposte impreviste alle sue domande impossibili. Dieci racconti irresistibili, un manuale di self-help letterario, una microterapia per cuori infranti. «Non esistono libri capaci di salvare la vita ai lettori, ma alcuni ci provano meglio di altri». C'è chi non si è mai ripreso dal primo amore; chi di amori ne ha mille, e nessuno buono; chi è tradito e vede tutti traditori; chi è tradito e fa finta di niente, perché la coppia funziona meglio in tre; chi è alle prese con un narcisista. E poi c'è la ragazza che dalla vita ha avuto tutto e adesso non le piace niente; quella che non ha avuto niente e pensa che niente è quello che si merita... In una Milano scintillante ma severa, soprattutto negli uffici legali frequentati dalla protagonista di questi racconti, proliferano solitudini e matrimoni andati a male, rimpianti per la provincia e dipendenze dai social network. Ma l'amore rimane comunque un affare complicato, basta rileggersi Anna Karenina. Esistono i libri medicinali? Quelli capaci di farci «voltare pagina» nella vita? Ci si rifugia nei libri per distrarsi, per trovare conforto, per capire meglio cosa non ha funzionato e non ripeterlo. Una pagina, un personaggio, perfino una frase: a volte bastano per curare una ferita del cuore, se non per raddrizzare una storia storta. Perché se trovi le parole per raccontarle, «le cose perdono la punta, l'ago e il veleno».

LA MIA HOLLYWOOD DI EVE BABITZ - BOMPIANI

LA MUSICA E' LA VOCE DELLA STORIA.

LA MUSICA MUOVE LA STORIA. 

LA CANZONE, LE PAROLE, LA MUSICA RAPPRESENTANO UN BUON PUNTO DI PARTENZA: LA COMPRENSIONE RECIPROCA E LA COMPATIBILITA' PRIMA COME PERSONE CHE COME PROFESSIONISTI SONO FONDAMENTLI.

NEL ROMANZO "LA MIA HOLLYWOOD" LA CANZONE DI EVE BABITZ E' IL COLLANTE TRA LE VARIE STORIE DI ASCESA E DISTRUZIONE CHE SI DIPANANO IN UN MIX DI FOLLIA.

IL LESSICO DEL ROMANZO "LA MIA HOLLYWOOD" DI EVE BABITZ PORTA LA SUA RICONOSCIBILE IMPRONTA, UNA GRAMMATURA MUSICALE PERCHE' RICERCAVO LO STESSO TONO AGRODOLCE E MALINCONICO. OGNI COMPOSITORE CONFIDA BABITZ,  CERCA LA SUA IDENTITA' UN SUONO RICONOSCIBILE, MA NESSUNO VUOLE RIPETERE SE' STESSO. IO IN QUESTO CASO CERCAVO IL SUONO DE "LA MIA HOLLYWOOD".

Caterina Giuseppa Buttitta

La mia Hollywood

In libreria da Gennaio 2023
Pagine 336 - Euro 20,00
Traduttore Tiziana Lo Porto   

 Il libro

“Quello che volevo, anche se all’epoca non capivo cosa fosse perché nessuno ti dice mai niente finché non lo sai già, era tutto. O tutto quello che sarei riuscita a ottenere con i mezzi che avevo. Soprattutto volevo una canzone di un certo tipo. Come i profumi, alcune canzoni semplicemente mi stendono. E volevo finire stesa nell’attimo del profumo in cui non senti più niente se non il bagliore. Non dura a lungo, ma per avere tutto devi avere questi momenti di un’importanza così scollegata che il tempo scorre via increspato come un’inquadratura dell’acqua. Senza questi momenti, la festa paradisiaca che ti sei costruito può morire di sete. Sono come dosi di eccitanti, ti rendono più forte. Quando ti riprendi dal bagliore sai che vale i tormenti dell’invidia perché il mistero della vita svanisce appena ti dimentichi della morte, della gente che se la spassa senza di te. Il tempo scorre inosservato e il tempo è l’unica cosa che hai.”

Eve Babitz è stata giornalista, inguaribile festaiola, gran lettrice e musa: tutto entro i trent’anni. Impareggiabile interprete dello spirito della sua città tanto nella vita quanto nella scrittura, ha raccontato la Hollywood dell’arte e della bohème come nessuno. I suoi ritratti di rockstar e attori, musicisti e oziosi, surfisti e prostitute, i suoi bozzetti di ristoranti da due lire, case di lusso, alberghi da leggenda sono irresistibili. La mia Hollywood, primo romanzo dell’autrice pubblicato nel 1974, è un tributo a Los Angeles composto da una delle sue figlie più affascinanti.

venerdì 27 gennaio 2023

RECENSIONE "UNA LOTTA IMPARI" DI SIMONA NUVOLARI - RIZZOLI

 

Simona Nuvolari, Una lotta impari tra ossessioni e mistero

esordio con un romanzo che scava a fondo nelle nostre paure

SIMONA NUVOLARI, UNA LOTTA IMPARI (Rizzoli, pag.

503, euro 20,00).

 
Un romanzo, per raccontare una donna e le sue ossessioni, una lotta impari contro i pensieri che ci travolgono e che diventano più forte di qualunque dato reale, più veri del vero. Qui Marta è travolta dalla follia della pulizia e del disinfettare: una cosa in cui ci ha improvvisamente catapultato la pandemia, e di una epidemia parla alla fine anche il romanzo, quanto peso ha avuto questa esperienza per lei? ''Quando è scoppiata la pandemia - ci risponde Simona Nuvolari, che con questo romanzo segna il suo esordio nella narrativa - il romanzo era appena finito. Come autrice ho capito che quello che stava succedendo era una svolta nella vita della protagonista e non poteva mancare nel racconto. Da qui è nato l'epilogo del romanzo, appunto la cronaca dei primi mesi di Covid, come li vive Marta che da anni sopportava in solitudine l'ansia di pulire e disinfettare il suo spazietto vitale, e che quindi ha passato tutta la vita, in un certo senso ad allenarsi per un caso del genere, senza mai crederci veramente. L'arrivo del Covid cambia tutto. Nell'epilogo lei racconta i suoi stati d'animo nel vedere che improvvisamente tutti condividono i suoi scrupoli igienici. 
 
Non voglio anticipare questi stati d'animo, dico solo che per lei la sorpresa è grande, mai avrebbe pensato di trovarsi in un caso del genere, perché chi ha la compulsione di pulire, anche se non riesce a farne a meno, pensa che in realtà non sarebbe necessario e che hanno piuttosto ragione gli altri. Ora però si trova in una situazione in cui il pericolo è reale, e disinfettare è necessario, non è un comportamento nevrotico. 
 
Insomma quest'esperienza costituisce una svolta inattesa e apre addirittura a Marta una possibile via d'uscita - che però resta aperta, non sappiamo come andrà a finire - la possibilità per lei di riagganciarsi al comportamento comune e di uscire dalla sua "follìa" individuale insieme agli altri, quando ne usciranno tutti''. 
 
Lo sporco e il disordine sono due elementi che indubbiamente stanno travolgendo la nostra società e la lotta per il futuro è cercarne rimedio…il suo romanzo vuole essere una metafora politico-ecologica? ''Non è una metafora perché è la storia di una persona in carne ed ossa alle prese con persone vere e con la propria concreta e irripetibile esistenza. Ma proprio l'esperienza vissuta la porta a guardarsi intorno e a chiedersi qual è il rapporto con lo sporco della società in cui vive quasi clandestinamente, come se fosse lei sola un caso patologico in un mondo sano ed equilibrato. Allora si accorge di enormi malesseri e squilibri che costituiscono la cosiddetta normalità in cui viviamo immersi, dove ad esempio è ovvio rifilare ai paesi poveri rifiuti tossici e lavori sporchi''. 
 
Crede che la narrativa e di conseguenza gli scrittori abbiano un ruolo sociale? ''La narrativa e in genere la scrittura ha inevitabilmente un ruolo sociale, che l'autore lo voglia o no. 
 
Anche il testo più estetizzante, egotistico e meno impegnato porta con sé una visione del mondo, e la comunica tanto più efficacemente quanto lo scrittore riesce nel suo mestiere''. 
 
Neri, homeless, poveri sono il suo incubo: perché ha scelto una protagonista politicamente scorretta? ''Veramente l'incubo di Marta sono i suoi simili, i vicini più prossimi, le stesse persone più care, che quotidianamente portano scompiglio nella precaria sistemazione igienica che lei si affanna a ripristinare. E poi gli ospedali, i cimiteri, gli studi medici irreprensibili... Come tutte le persone del suo ceto non ha molte occasioni di contatto con i "brutti sporchi e cattivi", come li ha chiamati Ettore Scola in un bellissimo film, e quindi non se ne sente minacciata. Gli incontri di questo tipo sono rarissimi e danno luogo a scene anche comiche, perché Marta è pronta a tutto pur di non manifestare la propria schifiltosità, appunto perché lei è una politicamente molto corretta''. 
 
Perché lei Simona Nuvolari, non dice nulla della sua vita - si sa soltanto che vive a Roma - in un'epoca in cui attraverso i social è consuetudine condividere il privato in pubblico? ''Be', è consuetudine ma non per tutti e non allo stesso modo. Una lotta impari è chiaramente un romanzo di ispirazione autobiografica e quindi, sia pure indirettamente, in modo trasposto, attraverso queste pagine ho già detto moltissimo della mia vita privata e anche di quella di chi la condivide con me da vicino e magari non aveva chiesto, comprensibilmente, di essere "messo in piazza". In altre parole, con questo libro "ho già dato". 

 A questo punto l'ultima cosa che vorrei è attirare i riflettori sull'autrice, la sua storia e la sua famiglia per dar modo di confrontarli con i personaggi del romanzo e vedere se e come se ne discostino. Se ho scritto un romanzo per condividere un certo tipo di problemi, è perché mi sembra quello il modo migliore di parlarne. Scomparire nel racconto è il mio ideale letterario. 

 Ma parte questo, preservare almeno una zona di privato attorno a sé, da condividere solo con i più intimi, mi pare proprio necessario al benessere psicologico delle persone. Quanto a me, ne ho assolutamente bisogno''.

 

RECENSIONE "MEMORIE DI UN BARO" DI SACHA GUITRY - ADELPHI

 

'Memorie di un baro' di Sacha Guitry

trucchi e sistemi al Casinò di Monaco e la morale del vero baro

SACHA GUITRY, ''MEMORIE DI UN BARO'' (ADELPHI, pp.

136 - 13,00 euro - Traduzione di Davide Tortorella).

Ecco il libretto, un romanzesco racconto lungo su come diventare un baro, dalla scrittura vivace e ironica, leggero e garbato, difficile da leggere in altro modo o da cercarvi una chiave esistenziale in quel vivere barando, semmai, grazie al finale a sorpresa, c'è un ombra di educazione sentimentale o di racconto di formazione, che l'io narrante spera sia ''divertente e istruttivo per coloro che ancora sanno apprezzare la schiettezza''. E' l'unica prova narrativa lunga di un attore e autore teatrale di gran successo, Sacha Guitry (1885-1957), considerato in Francia un po' l'erede di Feydeau, che era amico di suo padre e lo sostenne agli inizi.
    Critico verso chi poteva pensare che ''ciò che è serio fosse più serio di ciò che fa ridere'', anche in questo gioco dell'amore e del caso è come non prendesse nulla sul serio, ed è la sua forza e il divertimento di chi lo legge. Comincia raccontando come sia l'unico sopravvissuto di una famiglia sterminata da funghi velenosi (''Chi non ha visto undici cadaveri tutti assieme non può neppure immaginare la quantità di cadaveri che sono''). Funghi che a lui ragazzino, per punizione, avendo rubato otto soldi, gli erano stati negati. Inizia così la sua storia quasi da Oliwer Twist francese, cresciuto in casa di un patrigno e una matrigna ''meschini e cattivi'' da cui un bel giorno deciderà di fuggire facendo diversi mestieri, prima in un ristorante di provincia, poi fattorino in un grand hotel di un posto di vacanza, quindi in uno di Parigi: ''Tutte le città hanno un cuore.... ma il cuore di Parigi ognuno lo mette dove gli pare'', spiega in una pagina sulla vita della Ville lumière di fine Ottocento.
    Lui ha le idee chiare, a cominciare dal valore del denaro: ''essere ricchi non è avere soldi: è spenderli... se volete una banconota vi renda i 5 franchi del suo titolo dovete spenderla, altrimenti è solo un pezzo di carta''. E al suo ideale di vita resterà fedele, a cominiciare da quando si trasferisce nel principato di Monaco, dove resterà 18 anni, da l899 al 1917, dopo aver denunciato un gruppo di rivoluzionari russi che lo avevano contattato per organizzare un attentato allo Zar Nicola II. A Monaco diventa Croupier e perde la verginità con una ricca contessa cinquantenne, conosciuta ai tavoli da gioco, a poi si sposa con Henriette Gertrude Bled per entrare in società con lei e barare truffando il Casinò, che lo scopre e lo licenzia.
    Comincia così una carriera di baro solitario, con curiose pagine sui vari sistemi per cercare di vincere. ''Ci saranno mestieri più belli, ce ne saranno anche di più lucrosi, chi lo nega? ma di più divertenti no, non ne conosco.... Barare significa intralciare i progetti del caso''.
    Ed è proprio il caso, che non si fa ostacolare da nulla, a fargli rincontrare Charbonnier, l'uomo che gli salvò la vita durante la grande guerra e gli attacca la febbre del vero gioco, per cui ''quando si è giocatori, giocatori sul serio, non si può barare: non ci si può sostituire al caso''. Ed è così che perde tutto, si rovina, costretto a tornare a una misera vita normale da impiegato, ma che un quarto delo stipendio continua a dedicarlo al gioco che ''ha un influsso eccellente sull'umore''.
    Ed è proprio sulle notazioni, le curiosità, l'analisi di questa passione affascinante e pericolosa, ''ma cosa non è pericoloso enlla vita?'', che il racconto ha una suo fascino, dedicato sin dall'inizio ''A uno dei miei migliori amici: il caso''. In appendice un bel saggio di Edgardo Framzosini, ''La leggerezza del megalomane'', su Sacha Guitry: ''Una carriera piena di successi, una vita da nababbo. Il piacere irresistibile dell'ostentazione. Un ego smisurato. Tutto questo finirà prima o poi per esasperare qualcuno'', cosa che di conseguenza lo porta a dire: ''sono uno di quegli uomini cui non viene mai perdonato nulla''.

 

mercoledì 25 gennaio 2023

RECENSIONE "LA STANZA DI GIOVANNI" DI JAMES BALDWIN - FANDANGO LIBRI

L'ABISSO PERSONALE.

NELLA STANZA E' STRANA LA VITA.

AI PIEDI DEL LETTO C'E' UN ABISSO DI CATRAME.

IL CANTO DI UN SOGNATORE.

LA COSPIRAZIONE DELLA RAZZA UMANA.

L'UOMO INCASTRATO NELL'ORRORE ASTRATTO.

 Caterina Giuseppa Buttitta


LA STANZA DI GIOVANNI

James Baldwin

Fandango Libri

Traduttore: Alessandro Clericuzio

Pubblicato 19/10/2017

Pagine 221- Euro 17,50

 

 

 

 

 

Il libro

David, un giovane newyorkese in fuga da se stesso, è approdato a Parigi nel tentativo di affrancarsi dalla propria educazione, e dalla vita da ragazzo perbene che sembra essergli stata cucita addosso.

Mentre la sua fidanzata, Hella, è in Spagna per riflettere sul futuro della loro storia, in un bar David conosce Giovanni, impertinente e luminoso, e ne rimane irrimediabilmente attratto.

E dal loro incontro, dal primo momento in cui entra nella sua stanza, piccola e disordinata, saprà di essere perduto, che né la vergogna né la paura riusciranno a riportarlo a casa.

Diviso tra Hella che incarna il desiderio di normalità, il sogno di una tranquilla vita americana, e Giovanni che invece è forza, cuore e istinto, David attraversa le strade di Parigi, vede i colori e le stagioni passare, sente passioni e bisogni taciuti riemergere e chiedere il conto.

La difesa della propria identità implica sempre una lotta dolorosa, e così è anche per David, solo che la sua debolezza e la sua indecisione faranno soffrire tutti coloro che lo amano e che lui stesso ama.

Come ha dichiarato lo stesso Baldwin in un’intervista del 1984: “La stanza di Giovanni parla di quello che succede se hai paura di amare”.

“La stanza di Giovanni è un romanzo di intensità unica e di una bellezza eccezionale, ipnotico, intimo, straziante.” Jhumpa Lahiri

 

RECENSIONE 

 Il romanzo si propone di raccontare "la stanza abitata come luogo della mente", gli indizi e i sospetti, la città stessa e i suo residenti. A dimostrazione che la convivenza tra omosessuali e il tessuto urbano è possibile, ma difficile. 

Attraverso la finestra della stanza, nata da un dialogo stretto con i protagonisti del romanzo, loro si riscontrano con lo specchio del mondo in cui viviamo. Il romanzo La stanza di Giovanni, trasmette la restrizione di una società di oltrepassare i confini, di superare i limiti di una stanza. Perchè fuori dalla finestra c'è la vita. Perchè conta chi guarda. E chi guarda deve essere libero di creare, di volta in volta, un proprio immaginario specchio. 

In fondo è ciò che succede anche a Giovanni che resta intrappolato che guarda le nuvole (il suo mondo segreto), cercando di trovare qualcosa di riconoscibile.In un città di scoperte, dove non finisce mai, di sorprenderti, quello che fai è sempre nuovo, sempre differente.

Esprime anche il concetto della comune fragilità dell'uomo: chi è troppo violentato dal sistema non regge si rifugia nella stanza, la sua bolla, la sua condizione di realtà, nelò delirio di una rivolta, ma inutile, sterile, poichè essa resta confinata all'interno delle mura della stanza.

Il romanzo trasmette un progetto di ricerca che si muove in molteplici direzioni: sogno, accettazione, felicità, fiducia. In una società nella quale ci sono molte proteste, manifestazioni, isolamento, è difficile avere fiducia. La similitudine è accompagnata da una domanda straziante: è giustificata? Quasi sempre non lo è. 

Gli individui vogliono sentirsi parte di qualche cosa e sono affamati da mostri per mettersi in risalto, per attivare gli incontri che dano energia. Nella vita c'è bisogno di incoraggiamento, gratificazione, di rispetto, di amore. La stanza è come la sua mente. Giovanni il protagonista del romanzo vive come un clandestino all'interno della sua immaginazione. Si aggira dentro la sua stanza come il poeta dei sobborghi, la sua stanza racconta torie. Non è un romanzo di orrore, nè di thriller, è piuttosto un romanzo che nasce da un piccolo segreto in un luogo del cuore che è la masc hera non necessariamente americana. Che è poi la psicopatologia dell'esistenza.

Nella stanza è strana la vita. Ai piedi del letto c'è un abisso di catrame. Giovanni ha fame di sapere che lo condanna a rimanere, per sempre incastrato nell'orrore astratto (dell sua mente). Oppure fa già parte, sotto diverse sembianze della nostra monotonia della vita.


RECENSIONE "GIONALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA" DI CARLO EMILIO GADDA - BIBLIOTECA ADELPHI 741

Le parole tragiche, strazianti e intime, ricche di speranza e di dignità ma anche di terrore, descrivono il lento ma inesorabile tragitto, umiliazione dopo umiliazione, verso la deportazione.

Caterina Giuseppa Buttitta


Carlo Emilio Gadda

Giornale di guerra e di prigionia

A cura di Paola Italia
Con una nota di Eleonora Cardinale
Biblioteca Adelphi, 741
2023, pp. 626, 79 ill. in bn nel testo, 18 foto in bn e a colori f.t.
Temi: Letteratura italiana, Diari
€ 35,00 
 
 
 
Il libro
 
Per il sottotenente Gadda, che l’aveva au­spicata come «necessaria e santa», la Gran­de Guerra si rivela uno scontro durissimo. Più ancora che con il nemico, con ciò che scatenava in lui un’indignazione così vio­lenta da sfiorare la «volontà omicida»: la meschinità della «vita pantanosa» di ca­serma, che spegne ogni aspirazione alla lotta; l’incompetenza dei grandi generali; l’«egotismo cretino dell’italiano» che di tutto fa una questione personale; l’inde­gnità morale dei vigliacchi, degli imboscati e dei profittatori, che costringevano gli alpini a marciare con scarpe rotte: «se ieri avessi avuto innanzi un fabbricatore di cal­zature, l’avrei provocato a una rissa, per finirlo a coltellate» confessa. Ma lo scontro più lacerante, e fondatore, è quello che Gad­da ingaggia con sé stesso: con l’orrore e la tristezza della solitudine, con un «sistema nervoso» viziato da «una sensitività mor­bile», con una insufficienza nell’agire che gli impedisce di tradurre in atto i tesori di preparazione tecnica, senso di sacrificio, spirito di disciplina che abitano in lui: «Mi manca l’energia, la severità, la sicurezza di me stesso, proprie dell’uomo che ... agi­sce, agisce, agisce a furia di spontaneità e di estrinsecazione volitiva». La disfatta di Caporetto e la prigionia in Germania pese­ranno come un macigno sul bilancio della partecipazione di Gadda alla guerra, ma il tempo dimostrerà che l’officina del Giorna­le – primo sofferto atto di conoscenza del mondo e della propria realtà psichica – se­gna la nascita del più grande prosatore italiano del Novecento.

 


RECENSIONE "VILLA DEL SEMINARIO" DI SACHA NASPINI - EDIZIONI E/O

Un libro per il giorno della memoria: Naspini, Villa del Seminario

Un libro per il giorno della memoria: Naspini, Villa del Seminario

Amore, riscatto e Resistenza in romanzo tratto da storia vera

SACHA NASPINI

VILLA DEL SEMINARIO 

(Edizioni E/O

 pp.208 - 17.50 euro

 

Il libro

Una storia d’amore, riscatto e Resistenza.

Maremma toscana, novembre ’43. Le Case è un borgo lontano da tutto. René è il ciabattino del paese. Tutti lo chiamano Settebello, nomignolo che si è tirato addosso in tenera età, dopo aver lasciato tre dita sul tornio. Oggi ha cinquant’anni – schivo, solitario, taciturno. Niente famiglia. Ma c’è Anna, l’amica di sempre, che forse avrebbe potuto essere qualcosa di più... René non ha mai avuto il coraggio di dichiararsi. Poi ecco la guerra, che cambia tutto. Ecco che Settebello scopre la Resistenza. Possibile che una rivoluzione di questo tipo possa partire addirittura dalla suola delle scarpe?

Villa del seminario evoca fatti realmente accaduti: Grosseto fu l’unica diocesi in Europa ad aver stipulato un regolare contratto d’affitto con un gerarca fascista per la realizzazione di un campo d’internamento. A Roccatederighi, tra il ’43 e il ’44, nel seminario del vescovo furono rinchiusi un centinaio di ebrei italiani e stranieri destinati ai lager di sterminio. Soprattutto Auschwitz.

Maremma toscana, novembre ’43. Le Case è un borgo lontano da tutto. Vista da lì, anche la guerra ha un sapore diverso; perlopiù attesa, preghiere, povertà. Inoltre si preannuncia un inverno feroce... Dopo la diramazione della circolare che ordina l’arresto degli ebrei, ecco la notizia: il seminario estivo del vescovo è diventato un campo di concentramento.

René è il ciabattino del paese. Tutti lo chiamano Settebello, nomignolo che si è tirato addosso in tenera età, dopo aver lasciato tre dita sul tornio. Oggi ha cinquant’anni. Schivo, solitario, taciturno. Niente famiglia. Ma c’è Anna, l’amica di sempre, che forse avrebbe potuto essere qualcosa di più... René non ha mai avuto il coraggio di dichiararsi. In realtà, non ha mai avuto il coraggio di fare niente. Le sue giornate sono sempre uguali: casa e lavoro. Rigare dritto.

Anna ha un figlio, Edoardo, tutti lo credono al fronte. Un giorno viene catturato dalla Wehrmacht con un manipolo di partigiani e fucilato sul posto. La donna è fuori di sé dal dolore, adesso ha un solo scopo: continuare la rivoluzione. Infatti una sera sparisce. Lascia a René un biglietto, poche istruzioni. Ma ben presto trapela l’ennesima voce: un altro gruppo di ribelli è caduto in un’imboscata. Li hanno rinchiusi là, nella villa del vescovo. Tra i prigionieri pare che ci sia perfino una donna... Settebello non può più restare a guardare.

L'autore

Sacha Naspini
Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), Cento per cento (2009), Il gran diavolo (2014) e, per le nostre edizioni, Le Case del malcontento (2018 – Premio Città di Lugnano, Premio Città di Cave, finalista al Premio Città di Rieti; da questo romanzo è in fase di sviluppo una serie tv), Ossigeno (2019 – Premio Pinocchio Sherlock, Città di Collodi), I Cariolanti (2020), Nives (2020), La voce di Robert Wright (2021), Le nostre assenze (2022) e Villa del seminario (2023). È tradotto o in corso di traduzione in Inghilterra, Canada, Stati Uniti, Francia, Grecia, Corea del Sud, Cina, Croazia, Russia, Spagna, Germania ed Egitto. Scrive per il cinema.

RECENSIONE

Una storia d'amore, riscatto e Resistenza: arriva in libreria dal 25 gennaio con le Edizioni E/O, per il Giorno della Memoria, il romanzo di Sacha Naspini, "Villa del Seminario".

Il libro riporta il lettore al 1943, nella Maremma toscana, evocando fatti realmente accaduti: a Roccatederighi in provincia di Grosseto (città in cui ci fu l'unica diocesi in Europa ad aver stipulato un regolare contratto d'affitto con un gerarca fascista per la realizzazione di un campo d'internamento), tra il '43 e il '44, nel seminario del vescovo furono rinchiusi un centinaio di ebrei italiani e stranieri destinati ai lager di sterminio.

Partendo da questa suggestione storica, l'autore racconta la vicenda di René, ciabattino di un piccolo paese, chiamato da tutti Settebello.
    L'uomo, schivo, solitario, taciturno, è innamorato di Anna. Dopo che Edoardo, figlio di Anna, viene catturato dalla Wehrmacht con un manipolo di partigiani e fucilato sul posto, alla donna resta un solo scopo: continuare la rivoluzione. Quando anche Anna sarà catturata e probabilmente rinchiusa nella villa del vescovo insieme a un gruppo di ribelli, Settebello, pur non avendo in vita sua mai avuto il coraggio di fare niente se non vivere una vita ritirata e 'all'ombra', decide che questa volta è arrivato il momento di passare all'azione.

POST: GIORNO DELLA MEMORIA. IN QUESTA OCCASIONE, TU QUALE LIBRO STAI LEGGENDO?

 

Buongiorno. Il 25 Gennaio 2023 è il Giorno della Memoria. In questa occasione tu quale libro stai leggendo?

ARTICOLO PER RIVISTA/GIORNALE: COME ORGANIZZATE LA VOSTRA DISPENSA?

 

Organizzare la dispensa della cucina

La dispensa è in vostro incubo ricorrente? Dite addio al disordine in cucina, grazie a questi consigli salva-spazio.
 
Pensatela come se fosse una caccia al tesoro: troverete sicuramente delle sorprese. Spesso riforniamo le nostre dispense di spezie che abbiamo dimenticato di avere già e di barattoli extra di burro di arachidi per le emergenze della merenda. Fate un inventario mentale di quello che avete per ridurre gli sprechi e risparmiate un po’ di soldi. Evitate che i piccoli oggetti si accumulino e possano perdersi nel caos della dispensa. Continuate a leggere per scoprire tutte le nostre idee per riorganizzazione impeccabilmente la dispensa.
 
Etichettate tutto 

Quando si tratta di avere una dispensa davvero in ordine, la prima cosa da fare è etichettare. Dopo aver spacchettato tutto e inserito nei barattoli, usate un’etichettatrice o attingete al calligrafo che è in voi e disegnatele voi. Questo non lascerà spazio all’interpretazione personale e non vi permetterà di confondere il sale con lo zucchero.


Costruite una mini dispensa a muro
 

Se avete bisogno di spazio extra nella dispensa ma non avete la metratura in più, costruitene uno in un muro preesistente o in un’isola della cucina. Questa soluzione compatta e salvaspazio vi permetterà di avere la cucina in ordine e con le vostre spezie a portata di mano.

 

 

Installate cassetti scorrevoli 

Non abbiamo molto da dire qui, a parte il fatto di cambiare le carte in tavola. Scegliete cassetti che scivolano dentro e fuori dalla vostra dispensa con facilità. Investite ora, ci ringrazierete più tardi.

Aggiungete contenitori 

I contenitori scorrevoli sono un ottimo modo per risparmiare spazio e rimanere organizzati. Non dovrete più riordinare barattoli e barattoli quando cercate quello della Nutella. Sceglietene uno a più livelli per avere ancora più spazio.

Scegliete i contenitori di vetro 

Per articoli come spezie, farina e pasta, i contenitori di vetro sono la scelta giusta. Rendono le cose facili da individuare (insieme a - non dimenticate - una buona etichetta), sono riutilizzabili (il vostro portafogli e l’ambiente vi ringrazieranno), e sono anche facili da pulire.

Costruite scaffali personalizzati 

Installando scaffalature personalizzate, avrete il lusso di controllare l’altezza dei ripiani a seconda degli articoli presenti nella vostra dispensa. Avete diversi spremiagrumi o accessori per la cottura? Conservate questi articoli sullo scaffale inferiore e spostatevi verso l’alto con articoli più piccoli e leggeri.

 

Il vostro nuovo miglior amico: la pellicola per finestre 

Se la vostra dispensa è dotata di porte a vetri, coprite il vetro con una pellicola per impedire agli ospiti di vedere tutti i vostri segreti della dispensa.

Usate gli scaffali da porta

L’organizzazione non è mai stata così facile con gli scaffali da appendere alle porte. Metteteli all'interno e richiudete tutto - ordinatamente.

Non abbiate paura degli abbinamenti 

Approfittate di una dispensa a vista, abbellendola con bicchieri coloratissimi.

Sistemate tutto per categoria 

Sicuramente uno dei trucchi più pratici per organizzazione la dispensa: categorizzare. Accoppiate le conserve con le conserve, i cereali con i cereali, e non dovrete mai più cercare freneticamente (per non parlare di distruggere la vostra dispensa organizzata) per trovare qualcosa.

Puntate sulla varietà 

Varietà, varietà e ancora varietà. Organizzatevi con un mix di contenitori, dai cestini ai vasetti fino ai girevoli e ai vassoi. Gli oggetti nella vostra dispensa sono infiniti, così come le soluzioni per contenerli.

Organizzate la dispensa in spazi inaspettati 

Una delle nostre idee preferite per l’organizzazione della dispensa è quella di toglierla dalla dispensa. Le possibilità degli spazi contenitivi sono infinite, soprattutto se hanno le porte opache. Nessuno deve sapere cosa ci si conserva dentro. Immagazzinate in alto con merce che trabocca, anche bicchieri e pentole; non lo diremo a nessuno.

Aggiungete scaffali o librerie 

Simili a una mini dispensa da parete, risparmierete metri quadrati installando scaffali alti sopra i vostri piani di lavoro o una libreria su una parete vuota per avere più spazio nella dispensa.

Fate l’inventario su una lavagna

Se cercate un modo creativo per organizzare la vostra dispensa e coinvolgere i vostri figli, decorate la porta della dispensa con una lavagna. Chiedete ai vostri figli di aiutarvi a fare l’inventario o anche di scrivere un menu per la settimana utilizzando quello che c’è già nella vostra dispensa.

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 23 gennaio 2023

PRESENTAZIONE DEL LIBRO "IN CERCA DI GIORNI FELICI. DIARIO DI UN'ADOLESCENTE AD AUSCHWITZ DIANA NOVAC - MONDADORI

IN CERCA DI PAROLE NEL CUORE DEL MONDO 

Caterina Giuseppa Buttitta

 Ana Novac

IN CERCA DI GIORNI FELICI.    DIARIO DI UN'ADOLESCENTE AD AUSCHWITZ 

Mondadori

pp.252, 16.50 euro

Età - dai 13 anni

 

 

 

Il libro

Ana Novac ha quattordici anni quando viene arrestata e deportata ad Auschwitz, nel 1944. La sua colpa è una sola: essere ebrea. Nonostante le condizioni di vita disumane all'interno del campo, non perde le speranze e trova la forza di continuare a scrivere il suo diario ovunque le capiti, che sia un pezzo di carta o una foglia avvizzita di cavolo. In queste pagine Ana ci racconta come viveva con le sue compagne, giorno per giorno, tra piccole gelosie, amicizie profonde e il sogno di libertà che le teneva sveglie durante le lunghe notti di prigionia. Animato da un'incredibile "rabbia di vivere" e dallo sguardo ironico e impietoso tipico di un'adolescente, il diario diventa per lei una ragione di vita e per noi, oggi, una preziosa testimonianza. "In cerca di giorni felici" è un diario, uno scritto sopravvissuto all'orrore del campo di concentramento. Età di lettura: da 12 anni.

 


RECENSIONE "CON I DENTI" DI KRISTEN ARNETT - BOLLATI BORINGHIERI


DUE DONNE SI SFIDANO CON LE PAROLE NELL'ISOLA DELL'OSTILITA'.

IL DESIDERIO DI FELICITA' A UN  PASSO DA CASA.

Caterina Giuseppa Buttitta

Con i denti

Traduzione di Benedetta Gallo

Anno 2023 - N° di pagine 288 - Euro 18,00

 

«Una bella e sorprendente demistificazione della famiglia arcobaleno. Il ritratto di una donna che è, al tempo stesso, del tutto ordinaria ma non esattamente una madre tradizionale».
«Vogue»
 
«Singolare, dal ritmo scorrevole, sfacciato e divertente». s»
«The New York Time

 

Il libro

Sammie Lucas ama suo figlio, certo che lo ama. Ma non lo capisce, in qualche modo lo teme. Samson è un bambino sempre imbronciato, che si oppone ostinato a qualunque tentativo della madre di cercare la sua complicità, di approfondire il loro legame. Incerta riguardo ai propri sentimenti, consapevole di non essere in alcun modo ricambiata, Sammie fa comunque del suo meglio per portare avanti le cure materne – cucina per lui, lo aiuta a fare compiti e lavoretti scolastici, lo accompagna ovunque – ma, al contempo, non riesce a evitare di accumulare risentimento nei confronti di Monika, la donna forte che ha sposato e che è sempre più assente dal loro ménage. E mentre Samson cresce, passando dall'essere un bambino scorbutico a un teenager spietato, la vita di Sammie comincia a indulgere in comportamenti sempre più disordinati, e la sua determinazione a creare una perfetta famiglia arcobaleno si sfalda.
Quando l'ostilità in casa degenera a un punto di non ritorno, Sammie deve venire a patti con il suo ruolo di madre e moglie, non più necessariamente disposta a ricomporre quello che era un presunto idillio.
Pieno di calore e ironia, Con i denti ci offre un punto di vista insolito sulle articolate dinamiche all'interno di una famiglia, un ritratto del delicato tessuto che la compone, e dei molti modi in cui si può finire per lacerarlo. 

 

RECENSIONE

Ma cosa accade a una coppia che nell'ansia di felicità non si accorge di alcuni segnali d'allarme perché è spinta dal desidero di avere un bambino? E poi mi interessava esplorare i tanti modi che possono esistere di provare l'amore di genitori" dice. Alla fine i personaggi arrivano a formare una sorta di famiglia anche se le cose non sono andate come dovevano. "Le donne non devono essere definite in base alla loro capacità di procreare, ad avere figli biologici afferma.

Diverse fisicamente e caratterialmente, come fossero due poli opposti, queste due donne hanno una cosa in comune il desiderio di maternità, ma Sammie Lucas ha un desiderio di maternità. Ama suo figlio Samson. Mentre la compagna di Sammie Monika donna brillante in carriera ha problemi con la fertilità. Il loro complicato rapporto, dove gioca un grande ruolo la gelosia, ce lo racconta Kristen Arnett  nel suo nuovo romanzo 'Con i denti', una storia sulla maternità desiderata, surrogata, e sull'essere genitori, che riserva colpi di scena, in libreria per Bollati Boringhieri nella traduzione di B. Gallo.

In una intervistaKristen Arnett ha rilasciato questa dichiarazione: "Di solito comincio con i personaggi e la loro voce, senza sapere quale tema andrò a esplorare, mentre nel caso de Con i denti è successo il contrario. Sapevo di voler esplorare il desiderio di maternità, in particolare quando si traduce in un'avventura particolarmente difficile. I personaggi sono arrivati dopo: prima Sammie Lucas, una donna che si è persa, ma che sapevo essere animata da un fortissimo desiderio di famiglia e poi Monika, una donna di successo e sicura di se, che non riesce ad avere figli e con il tempo si allontana sempre di più da questa famiglia.  

Samson è un figlio difficile, passa dall'essere un bambino scorbutico a un teenager spietato. E' lui la chiave di frattura in questa famiglia  arcobaleno. Non ha una figura maschile di riferimento.

 Le ho pensate come lo ying e lo yang e rappresentano alcuni aspetti di me".  In fondo Monika vorrebbe essere Sammie Lucas, come dice Samson che entrambe amano, e finiscono, in questo thriller psicologico, per essere un'unica figura.

    "Spesso l'origine della gelosia, soprattutto se stiamo parlando di donne, è una forma per mascherare il desiderio di assomigliare all'altra. In questo caso Monika è gelosa della fertilità di Sammie, mentre Sammie è gelosa della completezza di Monika, del suo successo. E' giusto vederle come due facce della stessa medaglia" racconta la scrittrice. Della maternità sono tanti gli aspetti che il libro esplora: "innanzitutto un modo di essere genitori non canonico, un tipo di storia imprevista che nella narrativa non ho trovato come non ho trovato rappresentata l'esperienza di oltre di 10 anni di battaglia per la fertilità, per avere un figlio biologico. Questo apre anche a considerazioni di tipo etico e morale: cosa significa prendere uno spazio/utero in affitto?" sottolinea.

 kristen Arnett con quella sua scrittura incalzante, diretta, sempre in bilico tra comprensione umana e un filo di ironia, sapiente nelle notazioni di sfuggita e nel cogliere psicologie e caratteri, in cui si riverbera tutto un mondo che alla fine conosciamo come lo avessimo vissuto. 

Questo ordine fatto di equilibrio, ambizione, doveri e piaceri, proprio quando sembra le cose vadano per il meglio, i desideri si possano avverare, l'imponderabile, la furia della natura cambia tutto e ti lascia disfatto, solo, senza nemmeno un corpo su cui piangere. E tutto vive nella grande, apparentemente naturale misura della scrittura della Arnett e la costruzione della vicenda, senza retorica, asciutta, raccontata nei fatti, sapendo che ''noi siamo esattamente la nostra sorte e non è che ce la possiamo togliere di dosso quando non ci sta più bene come la maschera alla fine della tragedia.