venerdì 3 novembre 2023

REVIEW DI: "LO ZIO VANIA" DI ANTON CECHOV, OSCAR MONDADORI

 Continueremo a vivere una lunga serie di giorni

Ivàn Petrovic Voinìtzkij, lo zio Vania (Vania è il diminuitivo di Ivàn), ha amministrato per tanti anni insieme alla nipote Sonia i beni del cognato Alekxàndr Sieriebriacòv, vedovo di sua sorells, la madre di Sonia, abbagliati entrambi dalla sua fama di gran letterato. Ma si tratta, come presto si accorgeranno, di una fama usurpata: il professore è un uomo mediocre e per di più ingrato. Sieriebriacòv, ormai in pensione, ritorna nella tenuta con la bella e giovane Elena, di cui s'innamorano tanto lo zio Vania quanto Astrov, un medico amato segretamente e senza speranza da Sonia.

Lo zio Vania in un momento di ribellione spara sul cognato ma fallisce il colpo. Il cognato e la bella nipote ripartono, Astrov se ne va e zio e nipote riprendono rassegnati e malinconici la vita di sempre. Il dramma lentamente si svolge e si sviluppa fino a raggiungere il momento della maggior tensione quando i sentimenti lungamente repressi esplodono nel mancato tentativo di omicidio: poi tutto poco alla volta si placa e rientra nella monotonia grigia della vita quotidiana, nella vuota immensità della campagna silenziosa. E' stato giustamente osservato che in quel comune grigiore ogni personaggio incide la sua fisionomia e rivela il suo dramma: tutti però sono fusi nel dramma comune che non è solo dello zio Vania e della sua famiglia, ma universale, come dicono le ultime parole di Sonia nella scena conclusiva dell'opera.

REVIEW: IL TREATRO DI ANTON CECHOV, OSCAR MONDADORI.

Il teatro di Cechov grigio e monotono, nel quale pare che non accada mai nulla, nasce da una coscienza più sottile e tormentata che patisce con dolente rassegnazione la delusione per la caduta di un mondo di speranze e di ideali: dietro l'apparente grigiore dei personaggi (dei falliti) e delle vicende (senza svolgimento nè colpi di scena) si esprime la capacità di vivere nel silenzio, nella rassegnazione e nella grigia monotonia della vita d'ogni giorno.

Nella maggior parte delle opere di Cechov, s'impongono il linguaggio asciutto ed essenziale, il lessico e la sintassi volutamente poveri, il tono sobrio, l'atmosfera che esprime e fonde i motivi interiori in uno stile che ne rende perfettamente l'accorato grigiore esistenziale.

ANTON CECHOV - BIOGRAFIA

Anton Cechov (1860-1904), nipote di un servo della gleba che con i guadagni del commercio aveva potuto riscattarsi, nacque in Ucraina, studiò medicina a Mosca, ma sin da giovane cominciò a scrivere racconti preferendo la letteratura alla professione di medico che non esercitò se non saltuariamente e occasionalmente a vantaggio di contadini e di deportati. Della sua vita, abbastanza tranquilla ma non felice, basterà ricordare i viaggi in Siberia e a Nizza, la malattia e l'improvvisa morte nel pieno della maturità classica. Ci ha lasciato meravigliosi racconti e drammi ancor oggi rappresentati per la loro toccante bellezza. La sua arte dà il senso della realtà e della vita con umanità e piena aderenza a tutte le sfumature dell'animo. I suoi racconti sono pervasi da una sottile vena d'ironia, che è il suo modo di guardare agli uomini e alle cose nascondendo la profonda amarezza che gli viene dai vizi e dalle debolezze umane soprattutto dalla decadenza della società russa nella quale l'assenza di volontà e la noia prendono gradualmente il sopravvento. Questa atmosfera un pò stanca caratterizza le opere teatrali nelle quali apparentemente non capita nulla perchè lo scrittore di preferenza registra i moti dell'animo, le impercettibili avventure dello spirito e della coscienza: la vita non è fatta di grandi cose ma di sentimenti e di stati d'animo che risuonano nell'intimo e danno il senso della realtà di ogni giorno e di sempre. E' una realtà amara, grigia e senza conforto; e perciò la visione di Cechov è sconsolata e dolente, di un'angoscia sottile e disperata.

Oltre ai Racconti (1889-1900) ricordiamo i drammi più famosi Il gabbiano ('95), Zio Vania ('96), Le tre sorelle (1900) e Il giardino dei ciliegi (1903), che possiamo considerare la prima testimonianza del teatro del novecento.

giovedì 2 novembre 2023

REEL "LIFSTILE" DELLO 02/11/2023 - Dedicato a te, che vuoi fare grandi cose nella vita ...

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REVIEW DI: ANTONY CECHOV, "IL TEATRO", OSCAR MONDADORI

Anche i grandi scrittori del Realismo russo, nel secondo Ottocento, ritraggono la realtà e la società contemporanee nei vari ambienti, con di descrizione particolareggiata e una prosa sobria, senza effusioni di lirismo compiaciuto. 

La scelta dei temi è la stessa della produzione europea e già questo, nella realtà politica sociale russa del tempo, assumeva un valore di denuncia e di opposizione che quasi tutti gli scrittori dovettero pagare con l'esilio e la sorveglianza speciale.

Tuttavia essi si distinsero per un particolare atteggiamento di pietà nei confronti degli umiliati e offesi, per la componente religiosa che è alla base della loro visione di vita e infine per il rilievo attribuito alla funzione morale dell'arte.

Nell'opera di Anton Cechov (1860-1904) (teatro e novelle), le iniziali soluzioni comico-grottesche sono seguite da una contemplazione accorata e malinconica della meschina e crudele banalità della vita, in cui vengono calati i personaggi, uomini comunissimi, destinati ad essere sempre sconfitti.

mercoledì 1 novembre 2023

INCIPIT PER SCRIVERE UN ROMANZO DELLO 01/11/2023 - TITOLO: TESSERE DI VITA

TESSERE DI VITA

Un giorno o l'altro ogni uomo finisce per affrontare l'inconsistenza del suo passaggio nel mondo. Le conversazioni con gli altri esseri umani sono diventate noiose, lente, dannose. Mi faceva male parlare con gli altri: vedevo l'inutilità di tutte le conversazioni umane che sono state e che saranno. Vedevo l'oblio delle conversazioni mentre ancora si stavano svolgendo. La caduta prima della caduta. La vanità delle conversazioni, la vanità di chi parla, la vanità di chi risponde. Le vanità pattuite perchè il mondo possa esistere. E' stato allora che ho pensato di nuovo a mio fratello. Perchè ho pensato che le conversazioni che avevo avuto con mio fratello erano l'unica cosa che avesse valore. Sono tornata a quelle conversazioni, nella speranza di ottenere un istante di riposo nel bel mezzo dello svanire generale di tutte le cose.

Scrivo queste parole il (giorno) (mese) (anno). La Storia è anche un corpo con dei rimorsi. Ho (anni) e sono la storia di me stessa. Dove vivo io non ci sono strade, ma marciapiedi vuoti. La gente è andata in  acanza. Siamo tutti povera gente, infilati nel tunnel dell'esistenza.

La morte di mio fratello (avvenuta indica il tempo), ha fatto precipitare la cascata di avvenimenti che terminano in un tassativo avvenimento, che sembra la fine di un momento preciso; perchè il punto di vista è quasi una bussola nel baratro, una scienza, nella misura in cui abbiamo bisogno di una scienza che fornisca razionalità, un principio di certezza. 

Per quanto male ti vada nella vita, c'è sempre qualcuno che t'invidia. E' una specie di sarcasmo cosmico. Ci sono le lettere deprimenti. Mi fanno innervosire le lettere. Ti dicono chi sei. Ti spingono a riflettere sul tuo inesistente senso nel mondo. La vita di un uomo è, essenzialmente, il tentativo di non cadere nella rovina economica. 

Nessuno sa se si possa vivere se non socialmente. La considerazione degli altri finisce per essere l'unica certificazione della tua esistenza. La considerazione è una morale, modella i valori e il giudizio su di te, e da quel giudizio deriva la tua posizione nel mondo. E' una lotta fra il corpo, il tuo corpo, in cui risiede la vita, e il valore del tuo corpo per gli altri. Se la gente ti desidera, se ambisce alla tua presenza, ti andrà bene. 

Così sono rimasta sola con mio fratello. E sono io l'unica persona a questo mondo - ignoro se lo abbia fatto in passato mio fratello - che io ricordo ogni giorno. Non è che lo ricordi ogni giorno, è che lo sento dentro di me in modo permanente, è che io mi sono ritirata da me stessa per fare spazio a lui.

E' come se mio fratello non avesse voluto essere vivo per me, voglio dire che non ha voluto rivelarmi la sua vita, il senso della sua vita. Tutto il mio passato sprofondò quando mia madre fece la stessa cosa di mio padre: morire.

Sei una sciocca se pensi che non si accorgeranno di quello che ti sta accadendo.

Quello che le stava accadendo aveva un nome che poteva annichilire e togliere all'istante l'idea di futuro, ma Lei non era mai arretrata davanti alla parola scritta sul referto, non le aveva concesso spazio per invadere il proprio mondo.  La custodiva dove si annidano le paure più terrificanti: in fondo all'anima, e in un diario che stringeva anche in quel momento tra le mani. 

La sua memoria di carta.

REVIEW DI: RACCONTI VARIPINTI DI ANTON CECHOV, 1979.

 

IL CAMALEONTE

Tutto è molto relativo al mondo, ci dice Cechov in questa novella: il valore che si dà, per esempio a un cane è alto soltanto se appartiene a un uomo importante e così la giustizia è perfetta soltanto quando viene esercitata a danno dei deboli. 

PER UNA LETTURA PIU' APPROFONDITA

Ci sono sempre al mondo uomini come Ociumelov (protagonista della storia) che, rivestiti di qualche autorità, sono pronti a tuonare contro i deboli, ma sono servizievoli e striscianti dinanzi ai potenti.

Se il protagonista cambia atteggiamento tante volte e passa, senza accorgersene, da una contraddizione all'altra, assumendo volta per volta i ruoli più diversi, non è perchè tema un uomo potente che gli stia davanti. Gli basta molto meno: aver paura del suo arrivo e perfino del suo solo nome. Basta cioè che gli si affacci l'idea che il cane possa essere di qualche uomo importante che ogni diritto umano, le convenzioni, le leggi ed i divieti affermati poco prima vengano messi da parte.

L'ironia con la quale l'autore insiste sui repentini cambiamenti dell'ispettore e del gendarme non nasconde l'indignazione per chi, in modo così evidente e meschino, ridicolizza la giustizia.

L'amaro sorriso di Cechov sembra volerci dire che se è triste essere schiavi di qualcuno, è addirittura grottesco e buffo essere schiavi di un'ipotesi.